E’ caduto il cielo in Val Casies

Scritto da Fernando il 1 maggio 2013 alle 15:48  (3 commenti)

Durnwald_famiglia Mayr_2Apprendo ora ora della scomparsa di un piccolo grande uomo: lo chef altoatesino Eric Mayr, titolare assieme alla moglie Barbara del Ristorante Durnwald, in Val Casies. di cui avevamo scritto qui. Una notizia scioccante, inspiegabile, per un uomo apparentemente nel pieno delle sue forze fisiche e mentali. Una notizia che travolge la piccola comunità della appartata valle altoatesina e getta sconforto nello stuolo di piccoli e grandi vigneron che lo conoscevano di persona, così come nei tanti amici che si era fatto negli anni, e che non mancavano mai di ritornare ai suoi tavoli incantati. Una vitalità straordinaria la sua. Una personalità straordinaria la sua. In fondo, conoscendolo un po’, ho capito che qui da noi fosse solo in prestito. di passaggio: la sua anima, la sua essenza di uomo-folletto, apparteneva di già ai suoi boschi. Ma oggi è caduto il cielo in Val Casies, ed è impossibile trovare parole anche per uno scribacchino incallito come me. Non escono più, evaporano prima del tempo. Non hanno senso. Dico solo che Eric, Barbara e il ristorante Durnwald sono stati l’unica ragione per la quale, per la prima volta in vita mia, si è deciso di tornare in un posto per due anni consecutivi a far la vacanza. Non era mai accaduto. E sempre loro, fra le tante esperienze gastronomiche che mi “tocca” fare, hanno ispirato molto e più di altri la mia voglia di raccontare. Cosa rara.

Però oggi non c’è più cielo in Val Casies. Non c’è più Eric a tenerlo su. Con lui non scompare soltanto un brav’uomo e un valente chef. Scompare il portavoce prezioso di una comunità intera, di una terra intera, di cui ha conservato e tramandato i segni con passione inviolabile, per regalarli ai suoi innumerevoli ospiti, e alle generazioni nuove.

Grazie per l’ospitalità, per i racconti, per i funghi scambiati, per le bottiglie condivise, per aver regalato a quei giorni la parvenza della spensieratezza.

Fernando

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Sometimes I feel……Richie Havens

Scritto da Fernando il 25 aprile 2013 alle 18:12  (1 commento)

Richie HavensC’era un tempo in cui le mie notti insonni potevano dipendere da persone come Richie Havens, il leggendario folksinger afroamericano scomparso due giorni fa, e dalla sua musica. Non c’era Internet allora, figuriamoci, non c’erano immagini (se non quelle cinematografiche di una pellicola d’oltreoceano che lo immortalò a Woodstock, scoperta peraltro molto tempo dopo quegli anni) e le televisioni “provinciali” di stato non passavano di certo i video di tali artisti “off Broadway”. Tutto si consumava nella pura cecità di un ascolto, un ascolto reiterato veriddio, per ore e ore. La mia passione bambina per la chitarra acustica ha vissuto momenti (anni) di autentico delirio fanatico, e ha avuto in Richie Havens uno dei suoi preziosi ispiratori, fin da quando mi lambiccavo per giornate intere a cercare di capire il perché di quel suono così dinamicamente coinvolgente, di quel ritmo così infiltrante e di quell’effetto tribale e percuttivo con cui aggrediva lo strumento, quasi che ogni volta si consumasse un rito sciamanico di compenetrazione fisico-spirituale, per creare il tappeto sonoro fluido, arioso e funkeggiante che lo ha reso celebre, contrastato da una profondissima voce nera, morbida e graffiante al contempo: una voce “saggia” ed educatrice.

Nella cecità dei cento ascolti, io, folle autodidatta, capii solo molto tempo dopo la sua accordatura “aperta”, che costringeva ad una diteggiatura bislacca ma oltremodo funzionale al tipo di suono che se ne doveva uscire da lì, alla funzione ritmica e sincopata della sua mitica “pennata”. Le mie notti eppure rimasero ugualmente insonni, dal momento in cui  quell’accordatura mai mi appartenne, mai riuscii a governarla come avrei dovuto. Ah , se avessi avuto Internet allora, quante cose avrei imparato! Ma va bene così: oggi, all’indomani della morte, con la mia vecchia e furiosa passione da musicante ormai sopita e riposta in un cassetto, ho pensato tanto a lui e a quelle notti amabilmente insonni. Non lo dimenticherò. Non le dimenticherò.

Così, sfruttando oggi quello che non c’era ieri, vi invito ad un piccolo assaggio della sua musica, proponendo una delle sue canzoni che ho amato di più, What about me, canzone che mi ostinavo a cantare furiosamente da solo (perché sono quelle canzoni da sorseggiare da soli), illudendomi di tirar fuori tutta la rabbia che quel tempo ribelle pretendeva da noi. Ma ero cieco allora, felicemente cieco, e poi l’accordatura non era quella dovuta!

Riposa in pace Richie, che la tua statura morale e i tuoi insegnamenti di vita possano far germogliare un sentire nuovo nelle future generazioni. Chissamai che non cambi qualcosa!

http://www.youtube.com/watch?v=5jm-G_2lpb8

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Se questo è potare

Scritto da Paolo il 14 aprile 2013 alle 12:38  (1 commento)

potatura scempio

Sempre più spesso si vedono in giro scempi di questo genere. A poco serve sapere che potature di questo tipo condizionano l’albero per tutto il resto della vita, esponendolo a attacchi fungini, marciume, fragilità strutturale. Se c’è chi mette in mano una motosega al primo arrivato e gli dice di tagliar via più legno possibile…
Dicevano i vecchi: “un albero ben potato non deve sembrare potato”. Potremmo aggiungere: spesso il mestiere non si vede quando c’è, ma soprattutto quando non c’è.

 

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