Il BLOG de L'AcquaBuona, rivista enogastronomica nella rete, è uno spazio per dialogare, per parlare sì di vino ed enogastronomia, ma anche per divagare, uscendo dai limiti rigidi della rivista. Per gettare sassi nello stagno, per ascoltar la vostra.
Scritto da Riccardo il 23 giugno 2009
Il fatto che “secondo uno studio di Boston Consulting Group [vedi qui] la metà dei navigatori (49%) sarebbe disposta a comprare un quotidiano in rete, ma a prezzi decisamente ridotti (5 euro la cifra mensile per un abbonamento)” ripropone la domanda (ciclica) e il relativo tema di discussione: perché le notizie, i servizi, gli articoli su carta si pagano mentre in rete in genere no? È vero che ci sono delle eccezioni, che nell’enogastronomia riguardano mostri sacri come Wine Spectator, la newsletter di Robert Parker, il Gambero Rosso che ci sta provando… ma in genere, appunto, è così: la rete è il luogo delle informazioni gratuite. Allora, perché?
Vi sono molte risposte possibili. Una è che la rete non è, o appare, ancora abbastanza “matura” per far pagare i propri contenuti. È ancora un magma in cui si mescolano professionalità, hobbysmi, e si fatica a stabilire una graduatoria di attendibilità, e dunque se uno fa pagare non si capisce bene perché non andare dall’altro che, più o meno allo stesso livello, fornisce tutto aggratis. Anche perché, prima nel wine, ed ora soprattutto nel food, un generoso spontaneismo, supportato da sincera passione, sembra essere una nuova ed interessante forma di espressione che si propone anche con una certa “sfrontatezza” alternativa ai canali ufficiali cartacei e non, forte fra l’altro di una “a-accademicità” della critica ufficiale, dove anche i critici “ufficiali” si rinfacciano spesso l’uno con l’altro un passato dedicato a tutt’altre attività, anche se da molto tempo hanno fatto quello di mestiere.
Dunque, chi pagare? Se dovessi imparare la chimica o la fisica (o la storia, o la filosofia) andrei da un professore formato per quello o da un appassionato che ha letto tutti i libri di divulgazione scientifica? Direi dal primo. Se volessi imparare qualcosa di storia dell’arte andrei da chi è stato formato per quello o da chi si fa tutte le mostre, magari in giro per il mondo? Forse dal primo. Ma la rete è qualcosa che rompe schemi e steccati e allora si potrebbe dire: pago chi mi piace di più, da chi mi comunica più trasporto, più emozione… Se a me piace di più la spontaneità di un blogger iper-appassionato che ha girato tutti i ristoranti “stellati”, perché dovrei preferire a lui il critico “ufficiale”? Se viceversa mi sento più sicuro con chi ha un percorso professionale, ha fatto la gavetta battendo il territorio e si è sfinito contando le battute (nel senso di caratteri delle schede, sto citando Leonardo Romanelli) mi rivolgerò a quell’ambito. Il panorama complessivo potrebbe essere alla fine più vario ed invitante di quello della carta stampata…
Dunque, se le news a pagamento cominciano ad essere una prospettiva concreta, anche perché ormai sembra sempre più evidente che possono essere le uniche disponibili grazie alla tecnologia che le supporta (come si sta vedendo in questo momento in Iran), una enogastronomia in rete potrebbe avere un bonus di interesse tale da guadagnarsi “la pagnotta”. E i contenuti a pagamento potrebbero anche risolvere un altro grosso tormentone: come si sostengono i loro costi? In una situazione ideale, con i ricavi degli abbonamenti si potrebbero pagare le spese vive e il compenso di chi ci lavora, senza brame di ricchezza o potere. E forse, non avendo bisogno grazie ad una maggiore economicità dei mezzo di altri sostegni e quindi condizionamenti, potrebbe ambire a diventare, veramente, un vascello leggero ma pulito dell’informazione e dell’approfondimento, ma anche della trasmissione delle emozioni…
Parole chiave: internet, web
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