Ecologia, naturalità, tutela dei contadini… Esiste la quadratura del cerchio?

Scritto da Riccardo il 18 aprile 2010 alle 3:18

Devo dire, una volta tanto, che l’avevo pensato anche io.

Sia, mi sembra, leggendo delle interviste, sia quando la voce un po’ arrochita ma potente e persuasiva di Carlo Petrini era risuonata nella sala più bella del palazzo comunale di Pisa in occasione della “benedizione” di Slow Food al progetto dell’amministrazione cittadina “Un orto per ogni scuola”, avevo appreso che “i contadini saranno anche produttori della nuova energia pulita!” E avevo gioito, dentro di me. Cibo buono pulito e giusto, e anche energia pulita, per sopravanzo!

Poi qualcosa aveva incrinato questo quadro così perfetto. “Mi conviene di più vendere energia che continuare a fare il contadino” – leggevo in una intervista tempo fa – “solo così eviterò di abbandonare la mia terra”. E allora ho pensato: ma non è che i contadini scoprono che l’uso migliore della loro terra non è produrre cibo ma energia (pulita)? Anzi, l’unico che potranno farne, abbandonando il loro ruolo naturale della produzione alimentare originale e naturale e lasciando sulle nostre tavole le banalità/mostruosità industriali?

E oggi (ieri), mi sembra di trovare una conferma di questi miei dubbi leggendo il lungo articolo di Petrini su Repubblica che aggiusta il tiro, rispetto al suo discorso pisano del novembre 2008: ” Il fotovoltaico è diventato una delle tecnologie portanti del nuovo modello energetico che si sta affacciando grazie alla terza rivoluzione industriale, la “rivoluzione verde”. Vi sono tuttavia crescenti perplessità sul suo uso intensivo e centralizzato, che coinvolge molti terreni agricoli d’Italia e d’Europa.” [il corsivo è mio].

Delle volte mi chiedo: se tutti andassero in auto a prendere il latte dal distributore (consumando un prodotto più sano e aiutando gli allevatori) non si avrebbero più emissioni e più inquinamento di quelli prodotto dal camion che trasporta il latte industriale? Esiste una quadratura del cerchio fra ecologia, agricoltura sostenibile, tutela dei lavoratori, naturalità, minimizzazione dell’inquinamento, ecc. ecc. ecc?

Nell’immagine: Carlo Petrini a Pisa nel novembre 2008 (archivio AB)

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Pubblicato in medioevo prossimo venturo, percezioni (letto visto ascoltato) | Commenti (1)

One Response to “Ecologia, naturalità, tutela dei contadini… Esiste la quadratura del cerchio?”

  1. Luca Says:

    Ho intravisto anche io il pezzo di Petrini su Repubblica, ma il quotidiano non era mio e non ho potuto leggere l’articolo, però in rete ho trovato tracce di quanto scritto e devo dire che il titolo era poco adatto (ma il titolo non l’ha scritto Petrini) visto che dava alle installazioni fotovoltaiche il ruolo di killer della biodiversità e questo sinceramente è un non senso.

    Se le installazioni fotovoltaiche rubano terreni alla agricoltura questo non è certo un attentato alla biodiversità, ma piuttosto alla produzione agricola! Lasciando perdere la poco correttezza dell’accostamento andiamo però al succo del discorso ben riassunto dal corsivo di Riccardo: è veramente l’uso intensivo del fotovoltaico una minaccia per l’ambiente?

    Cosa vuol dire costruire un impianto fotovoltaico a terra? Vuol dire impiantare tutta una serie di pali su un terreno non alberato. Sopra i pali vanno i pannelli e sotto i pali cresce l’erba… non si tratta di una colata di cemento. Certo, se si mettono i moduli fotovoltaici non si potrà utilizzare il terreno per l’agricoltura, e sono d’accordo che esteticamente sia meglio un campo di papaveri, ma il danno fatto è comunque provvisorio. Smantellato l’impianto a fine vita, avremo di nuovo terra e verde.

    Ma quanto terreno serve? Bisognerà ricoprire mezza europa per i nostri bisogni energetici? Niente affatto! Per dare alla Toscana l’energia di cui ha bisogno (tutta), basterebbe ricoprire meno dell’1% della superficie regionale, quando l’edificato copre oltre il 4%.

    Detto tutto questo (e quindi rigettato l’allarmismo) sono più che d’accordo che gli impianti fotovoltaici è meglio metterli sui tetti, sui 100.000 capannoni più o meno inutili che hanno devastato il nostro territorio (quelli sì un attentato alla biodiversità!) per soli fini speculativi, e su tutte (TUTTE) le nuove costruzioni a venire. Anche perché così ci si avvicina al secondo dubbio di Riccardo: meglio centralizzato (il latte industriale) o meglio distribuito (il latte alla spina)?

    Beh, ovviamente meglio il secondo, perché Riccardo, è vero che per il latte industriale hai una sola autobotte, ma sai che giro fa quel latte prima di arrivare al supermercato? Potrebbe anche darsi che lo raccolgono in Francia, la pastorizzano a Latina, lo inscatolano a Parma e… ci sono prodotti industriali che prima di arrivare al consumatore fanno migliaia e migliaia di chilometri, rimbalzando da una fabbrica all’altra, magari facendo avanti e indietro, in una logica di specializzazione del lavoro che è distruttiva dal punto di vista della sostenibilità e regge solo perché il costo dei trasporti è reso artificialmente basso dal fatto che le infrastutture e i danni ambientali vengono fatti pagare al pubblico.

    E poi, mica c’è da andarci in macchina al distributore di latte fresco!

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