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Il BLOG de L'AcquaBuona, rivista enogastronomica nella rete, è uno spazio per dialogare, per parlare sì di vino ed enogastronomia, ma anche per divagare, uscendo dai limiti rigidi della rivista. Per gettare sassi nello stagno, per ascoltar la vostra.

09 maggio 2008

Madrid, 2 maggio


A Madrid il 2 maggio è festa. Anzi, è festa in tutta la "Comunidad de Madrid". Ogni Comunidad spagnola (noi diremmo regione, ma la Comunidad è qualcosa di più: la catalana, la gallega, la basca, per dire, hanno la loro lingua come ufficiale accanto alla castellana nei cartelli, ecc., e poi si stanno via via approvando gli statuti che ne regolano le autonomie) ha la sua festa, e quella di Madrid è il 2 maggio in ricordo della ribellione contro l'invasore napoleonico (chi non conosce la terribile fucilazione di "El tres de mayo de 1808" di Goya?), ossia il "levantamiento del dos de mayo".


Il 2 di maggio, poi, è piazzato come meglio non si può: è il giorno dopo del primo maggio, e quest'anno, essendo un venerdì, ha consentito un clamoroso ponte di quattro giorni con conseguenti mega spostamenti sulle strade (in questi casi, mentre in Italia si evocano tanto per cambiare immagini biblico-religiose come "esodo" e "controesodo", che possiede credo il record della parola più orribile che si possa concepire, in Spagna si preferiscono immagini efficientistiche come "operación salida", ossia operazione partenza).

Questo 2 di maggio è stato fra l'altro particolare come bicentenario, appunto, del 1808, e le celebrazioni politiche erano più imponenti del solito, dominate dalla rampante presidentessa della Comunidad Esperanza Aguirre, che nelle lotte intestine del Partito Popolare dopo la sconfitta alle ultime elezioni l'ha spuntata sul sindaco di Madrid, il moderato e colto Alberto Ruiz-Gallardón, che pure doveva essere il protagonista della festa.


Di prima mattina, dunque, a Sol si preparano discorsi politici, e a Plaza Mayor e a Plaza De Cibeles concerti. El Corte Inglés apre alle 11 invece che alle 10, la Fnac alle 12 invece che alle 11. Madrileñi pochi, turisti tanti, molti italiani. Io da parte mia decido che non si può non andare (tanto per cambiare!) a La Mallorquina, mitica pasticceria che sta proprio a Sol angolo Calle Mayor (ho trovato un video qui), e, fra le mille tentazioni spagnolissime non posso non cedere ancora una volta alla bamba de nata, memore delle mie infantili passioni per i maritozzi con la panna. Mentre me la pappo dirigendomi verso Plaza Mayor ad un certo punto penso che è veramente straordinaria la sia lievitazione, che le dà una consistenza veramente "aerea". Sempre in Calle Mayor, c'è un'altra pasticceria, El Riojano, dalla pomposo ma veramente bel "portale" in legno, che ha realizzato anche una torta con il simbolo della Comunidad de Madrid.


E infine, a Plaza Mayor, nei preparativi del concerto una gigantografia del "Dos de Mayo de 1808 en Madrid", sempre di Goya, per ricordare ciò che si celebra.

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15 gennaio 2008

Diario spagnolo/Il Turrón, il Panettone, la Spagna, l’Italia...

[Turrón nella storica Casa Mira di Madrid]

Il torrone (turrón) spagnolo: molto diverso, sia in foggia che in sapori da quello italiano. Ce n’è di tanti tipi, il blando (alle mandorle ma la pasta è omogenea e compatta), di yema (il rosso d’uovo), di frutas... Sarà che vivo in provincia, ma mi sembra che qui da noi sia generalmente sconosciuto. Invece, c'erano quattro-cinque tipi di panettone nei supermercati spagnoli. Ora, queste cose a me inorgogliscono sempre un po’. Penso: vedi, le nostre bontà hanno successo all’estero perché oggettivamente e non solo affettivamente buone, mentre non abbiamo bisogno dell’altrui torrone. E invece vivo veramente “sotto il pero” perché leggo in giro che è un disastro: gli spagnoli vengono, prendono la ricetta del panettone e comincia a circolare la voce che il panettone più buono è un certo panettone spagnolo. Esportiamo le bufale così gli altri, che hanno più spazi di noi, faranno le mozzarelle di bufala migliori delle nostre. Esportiamo la Chianina che sarà riprodotta il centinaia di migliaia di esemplari... Mentre gli spagnoli esportano i prosciutti ma i loro maiali dalla zampa nera se li tengono ben stretti.... Avrò ragione, sarò un ingenuo?...

[Un panettone (italiano) in un Club del Gourmet del grande magazzino El Corte Inglés]

La Spagna: sembra avere un po’ rallentato, anche economicamente. La disoccupazione, l'inflazione, i "mileuristas", l'ETA, l'AVE Madrid-Barcellona che ha un sacco di problemi... Anche il suo “movimento” gastronomico. Ferran Adrià è stanco, chiuderà, e nessuno, se non ha già prenotato, mangerà più a El Bulli. I cuochi spagnoli si sono fermati e si stanno interrogando. E leggo autorevoli esperti su autorevoli blog (in cui si parla un giorno si e l’altro pure di Italia avviata verso la serie B) che già mettono il punto interrogativo, fra parentesi, dopo “gastronomia spagnola”. Ossia: “gastronomia spagnola (?)”. Come se non esistesse, insomma. Ecco, questo, e non altro, è essere di serie B. Saltare su un movimento quando è pieno di energie, farci le copertine, caterve di articoli, tutti entusiasti (io ricordo solo Raspelli combattere a spada tratta contro la cucina del catalano). Poi appena rallenta, zac! La gastronomia spagnola (?).

[Sopa de garbanzos - Zuppa di ceci - , un "primo" in un ristorante di Madrid]

E la gastronomia italiana? Leggo ancora che dovremmo in qualche modo svincolarci dal nostro totem, la pasta. All’estero si sorprendono: ma come fate a mangiare pasta tutti i giorni? Io, d’altro canto, sfogliando i menu dei ristoranti “medi” penso spesso: ma come fanno gli altri paesi senza la pasta? Cosa s’inventano? E concludo: il successo della cucina italiana lo si deve a lei, perché (all'estero non lo capiscono) offre una infinità di “supporti” assolutamente diversi fra loro, spesso seducenti alla vista oltre che al palato, che si armonizzano con una infinità di condimenti. E mi sbaglierò, ma credo che sia proprio questo il “plus” della nostra gastronomia rispetto alle altre, con o senza punti interrogativi fra parentesi.

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08 gennaio 2008

Diario spagnolo/Le mostre del Prado e la Ampliación


Ah, finalmente, dopo tanto tempo una bella, sana fila per entrare in un museo! Niente prenotazioni telefoniche, internet, fasce orarie, un quarto d’ora prima, ingresso differenziato. No, arrivi e fai la fila. Questo, naturalmente, non per masochismo ma per mera impossibilità organizzativa. E la fila, verso le quattro del 5 gennaio, fortunatamente scorre in fretta. È la fila per entrare al Prado, per vedere le mostre nel Prado, e per andare a curiosare nella “Ampliación”.


Le cose, in breve, stanno così. C’era una volta un complesso che comprendeva la Chiesa di San Jerónimo e monastero annesso, che poi fu abbandonato. Attiguo, uno spazio verde inutilizzato, un prato. E sul prato, appunto, fu costruito l’edificio che ospita il Museo del Prado, l’edificio “Villanueva”. Come molti musei, i depositi del Prado contenevano numerosi validissime opere, ed alla fine è stata decisa l’Ampliación. È stato realizzato un nuovo grande spazio, in parte sottoterra, nello spazio che sale dall’edificio Villanueva al complesso Chiesa-Monastero, che sta più in alto. Il chiostro del monastero è stato suggestivamente “inglobato” nella parte superiore dei nuovi spazi. La parte esterna, visibile, che affianca la chiesa, è il “Cubo di Moneo” dal nome dell'architetto che lo ha realizzato (e che ha rinnovato anche la stazione ferroviaria di Atocha).


Detto quasto, gli spazi della Ampliación sono attualmente dedicati alla mostra “El Siglo XIX en el Prado”, nella quale sono esposte opere che prima erano nei depositi. Una pittura, quella dell’ottocento, molto “narrativa”, con gesti fin troppo eloquenti che sconfinano nella retorica, ma anche per questo rilassante perché poco lascia all’immaginazione e all’interpretazione. E poi, paesaggi, montagne… Personalente ho scoperto Mariano Fortuny, dalla pittura viva e brillante.


L’altra mostra ("Fábulas de Velázquez") è dedicata alla pittura religiosa e mitologica di Velázquez. Mostra che si appoggia molto sulle numerose opere del pittore sevillano custodite al Prado, con robuste iniezioni dalla National Gallery di Londra (fra cui la celebre Venere nuda allo specchio ritratta di spalle). Una mostra molto didattica: si compara il primo Velázquez con Caravaggio e il naturalismo e il secondo Velazquez con i bolognesi che conobbe in Italia (Guido Reni, Guercino) e i veneti (Tiziano) delle collezioni reali spagnole. Ma anche a tratti piuttosto intellettualistica; nell’ultima sala c’è il famoso “Le filatrici” dove in secondo piano c’è il vero soggetto del dipinto: Aracne sfida Minerva su chi avrebbe realizzato il tessuto più bello, e sceglie come soggetto il Ratto di Europa. Bene, nella stessa sala c’è proprio il Ratto di Europa di Rubens e la riproduzione di quello di Tiziano "copiato" dal pittore olandese…

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05 gennaio 2008

Diario spagnolo/Uno straccio di laicità

È partito anche qui l’attacco della Chiesa contro la laicità dello Stato (dissoluzione dei valori, ecc. ecc.). Il bersaglio, come è naturale, è il Partito Socialista (Operaio) di Zapatero a due mesi dalle elezioni politiche. Ora, se da noi questo tipo di interferenze sono pane quotidiano, qui sono abbastanza una novità. E, va detto, è più semplice replicare con disinvoltura a dei vescovi quando non si ha il Papa “sul gobbo”. Però qui, per cominciare, si è risposto che se i vescovi vogliono partecipare alla vita politica della nazione, che si presentino alle elezioni. Semplice, no?

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04 gennaio 2008

Diario spagnolo/Umanesimo e Rinascimento tedeschi in mostra

Il nome Thyssen non suona più tanto amichevole in Italia, dopo i fatti di Torino. La classe operaia esiste ancora, e subisce delle tragedie il più delle volte silenziose e ignorate; stavolta invece la tragedia si è prolungata oltre ogni limite, come a voler tenere caparbiamente sveglia una attenzione che non chiede altro che assopirsi di nuovo.


Detto questo, siamo tornati al museo Thyssen-Bornemisza (in agosto avevamo segnalato qui una mostra sugli ultimi paesaggi di Van Gogh) per vedere questa “Durero y Cranach. Arte y Humanismo en la Alemania del Renacimiento” in via di chiusura (il 6 gennaio). Durero è naturalmente Dürer (ma qui con disinvoltura Bosch diventa El Bosco, Raffaello Rafael, Michelangelo Miguel Angel…). Diciamo subito che è una esposizione dopotutto piuttosto deludente, con le due parti dedicate ai due artisti, pur pregevoli come livello artistico, che sembrano però attaccate con un filo conduttore debole. Una impressione forse errata, ma che comunque viene generata da un generale “mutismo” dell’allestimento, privo di quei bei pannelloni pieni di testi che ti instradano e ti fanno sentire un protagonista di un percorso culturale (del quale stai imparando qualcosa) più che semplice “visore” di dipinti. Invece, nelle sale, striminzite e quasi irritanti frasette assai poco espressive.


Premesso questo, il visitatore italiano per molti versi si sente inorgoglito: innanzitutto Umanesimo e Rinascimento sono in gran parte cose nostre, anche se non va per nulla trascurato il polo fiammingo. Dürer, in particolare, visiterà due volte l’Italia, e ne tornerà illuminato nello spirito, sia per l’ispirazione artistica che ne trarrà ma anche (o soprattutto) inorgoglito nella sua veste di artista, avendo osservato come nelle nostre terre la pittura si fosse già trasformata da arte meccanica ad arte liberale, con conseguente profondo cambio di ruolo del pittore. Ed infatti, appena rientrato in patria, dipinge il famosissimo autoritratto che lo ritrae come fine e orgoglioso intellettuale. E poi, volendo essere nazionalisti fino in fondo, le Madonne del tedesco saranno pur belle, ma il confronto con uno dei prestiti italiani (una stupenda Madonna con Santi di Giovanni Bellini proveniente da Venezia) è realmente impietoso. A proposito di prestiti, oltre ad un naturale cospicuo numero di arrivi dalla Germania e qualcosa dagli Stati Uniti, tre italiani, due Bellini da Venezia e un Dürer dalla fondazione Magnani-Rocca, che custodisce nel parmense una delle più belle collezioni italiane, costituite grazie al… Parmigiano Reggiano.
Solo due parole su Cranach, affascinante pittore di figure femminili sinuose e dall'incarnato chiaro. Bella, infine, la sezione finale dedicata alla ritrattistica.

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03 settembre 2007

Diario spagnolo/Ultima vuelta per Madrid


Lo spunto per un ultimo giro a Madrid mi viene dato dalla ricerca di un libro edito dalla Editorial Complutense, che è la casa editrice della Universidad Complutense. Dopo non poche ricerche trovo l'indirizzo della loro libreria "ufficiale" che sta, come del resto la Ciudad Universitaria, nel quartiere di Moncloa (dove sta anche il palazzo del governo). In un momento di insana autostima decido di arrivarci "sotto" con la macchina, faccio appena in tempo a capire dove potrei parcheggiare che un errore fatale mi allontana e, grazie anche ad un navigatore che avrà sì e no un ventesimo delle strade di Madrid, "vengo rimbalzato" ad oltre dieci chilometri di distanza. Perlomeno, finisco sotto la nuova "skyline" della capitale spagnola: quattro torri in costruzione di forme diverse (una sembra una bottiglia) che, devo dire, fanno più effetto quando le si avvista da lontano che standoci sotto.

Dopo aver ammirato le simpatiche figure dipinte sulla serranda abbassata della libreria (del resto, cosa ci farebbe aperta una libreria universitaria in pieno agosto?) mi rendo conto, camminando un po', che Moncloa è un quartiere piuttosto "autentico" e con una certa impronta intellettualoide; del resto, vi si avverte la vicinanza dell'università.


Prendo la metro (unica concessione alla pigrizia), arrivo a Sol, e mi fermo a mangiare al Museo del Jamón che sta nella Carrera de San Jerónimo. Ma il Museo è un posto turistico o no?, mi sono chiesto spesso, perché effettivamente ormai per me è diventata una abitudine andarci. Il fatto che sia una sorta di "catena", ossia abbia delle repliche in giro per la città può non farlo considerare il massimo della tipicità. Diciamo che è un buon punto di equilibrio fra il "sai sempre quello che trovi" e un contesto ambientale che ti fa sentire comunque "in medias res". E anzi, qui ci sono molti spagnoli che comprano prosciutto o che sono in pausa pranzo, mentre magari nei posti ultra "topici" vanno i turisti guidati dalle guide.... (ma anche questo non è del tutto vero: forse effettivamente a Madrid la mescolanza indigeno-turista è realizzata ad ottimi livelli).


All'inizio prendevo il bocadillo de iberico (nome completo "jamón de cerdo iberico", la fascia alta dei prosciutti spagnoli che arriva al pata negra, magari proveniente da Jabugo, luogo di allevamento e produzione cult) o la tabla de iberico (un misto di salumi). Ultimamente invece non so resistere quasi mai a los callos, ossia alla trippa, qui accompagnata dai tipici insaccati chorizo (il rosso nella foto) e morcilla (il nero). Di solito il servizio è veloce (mi fermo sempre alla barra), stavolta il simpatico tipo deve gridare stentoreo almeno due volte "vamos con los callitos!" e con l'umorismo confidenziale che si permettono quelli che stanno di stare in luoghi storici e gloriosi (vedi Roma.....) quando me li dà mi dice "aquí tienes los callos, que te me estabas poniendo palidito".


Uno può leggere mille volte le guide, ma niente ti rimane impresso come una osservazione, pur banale, che hai fatto una volta autonomamente. Questo mi è successo quando, proseguendo per questa stessa strada, ho notato per la prima volta come cambiava drasticamente il contesto che mi circondava, passando dal brulichio frenetico delle strade attorno a Sol al clima rarefatto degli improvvisi larghi spazi del Paseo del Prado. Il "triangolo dei musei": questa è la zona (anche) degli italiani, che all'estero (perlomeno a Madrid) grazie al cielo sembrano un popolo ancora interessato all'arte e alla cultura. Qui ci stanno (ovviamente) il Museo del Prado (antichi maestri), il Thyssen-Bornemisza (ne abbiamo già parlato a proposito della mostra sull'ultimo Van Gogh) e il Centro de Arte Reina Sofia (arte moderna e contemporanea).

Centro de Arte, appunto, non semplice museo o pinacoteca: all'originario edificio (nella foto è quello chiaro di fronte), famoso soprattutto per contenere il Guernica di Picasso, è stata aggiunta una parte più nuova, molto bella, che contiene una libreria internazionale, una biblioteca (la si domina dall'alto dalla vetrata a destra nella foto), il café-restaurante gestito da Sergi Arola, dove sono andato a prendere il caffè. Sergi Arola, catalano, scuola Ferran Adriá, è sbarcato a Madrid non molti anni fa e non senza perplessità prese in mano il ristorante La Broche portandolo alle due stelle Michelin. Rassicurato, ha preso in gestione questo complesso al Reina Sofia; ho controllato, da quando ci sono stato a Marzo non è cambiato nulla. Menomale, perché devo ancora scriverne la impressioni.

Poi, sempre a piedi, ritorno alla Gran Via, sosta alla Casa del Libro, poi plaza de España, di nuovo Moncloa. Fine dell'ultima vuelta.



(vista aerea della Castilla nelle vicinanze di Madrid)

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31 agosto 2007

Diario spagnolo/Pimientos e almejas


Ripesco due fra le cose che purtroppo sono rimaste fuori da questo "diario". La prima non poteva essere dimenticata perché è forse il più semplice ma rappresentativo esempio di "mangiare gallego", ossia i pimentos de Padrón. La seconda è una scoperta di quest'anno, le almejas a la marinera.
I pimientos de Padrón (Padrón è un paese della Galicia) non possono mancare all'inizio di un pranzo o di una cena. Sono i peperoni piccoli e verdi che si friggono e il motto dice che "los pimientos de Padrón, unos pícan y otros no". In realtà sono pochi quelli che "pícan" e quelli a cui capitano sono considerati molto sfortunati.


Una vera e piacevolissima scoperta sono state le almejas a la marinera, ossia le vongole alla marinara; le vongole che hanno una procedura di preparazione di base simile a quella italiana. Nella salsa si mettono olio, aglio, cipolla, alloro, pomodoro e l'immancabile pimentón. Piccolo dettaglio tipicamente gallego: per tirare meglio la salsa si aggiunge farina di mais. Ottime quelle mangiate in un ristorante sulla spiaggia di Razo.

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24 agosto 2007

Diario spagnolo/"Sua maestà" el percebes


Doverosa premessa: solitamente si associano al mare sensazioni piacevoli, di vacanza e di relax. Ma in Galicia (e forse anche altrove) il mare è anche un nemico, significa lavoro e sofferenza, talvolta tragedia. E infatti spesso ci si imbatte nel monumento al pescatore, ma anche alla vedova del pescatore e, come si vede, ci sono anche i monumenti al "percebeiro". Il patron del ristorante Frantoio, a Montescudaio (PI) era un pescatore e mi ha raccontato di aver pescato con dei gallegos: le peggiori libecciate per loro erano mare calmo.

Per chi va in mare (oceano) il posto più pericoloso è lo scoglio, dove la violenza delle onde può essere fatale. E proprio qui sta attaccato il percebes, la cui pesca è dunque faticosa e pericolosa. Questo determina i suoi prezzi alti: in uno dei paesi "d'elezione", il grazioso San Andrés de Teixido, un chilo "para llevar" (ossia da portare via, anche cotti, ossia bolliti con un po' di alloro) costava 26 euro; in un ristorante della spiaggia di Valdoviño 40 al chilo, a Madrid forse dai 60 in su... Insomma prezzi da grandi crostacei, ma con il vantaggio di essere una di quelle cose "para picar" e "para compartir", ossia per "spizzicare" tutti insieme, una modalità di "convivialità socializzante" molto spagnola e che spesso esaurisce il momento del pasto.


La prima volta che me li hanno messi nel piatto ho pensato: e adesso che faccio? La soluzione è semplice: basta staccare, con movimento rapido e sicuro, la "corazza" nel punto in cui è attaccata all'"unghia". La corazza viene via lasciando scoperto una sorta di muscolo che è quello che si mangia. Solo quest'anno ho scoperto che anche dentro l'unghia c'è qualcosa di buono... Il sapore è quello che può venire riassunto con la formula banale ma forse unica: sa di mare, ossia riesce a concretizzare quell'idea che si forma nella nostra mente quale sintesi dei sapori di pesci, molluschi e dei crostacei, ma anche semplicemente del sapore e dell'odore dell'acqua di mare. (In questo lo accomuno, a livello di sansazioni, all'ostrica)



PS: San Andrés de Teixido, uno dei luoghi d'elezione del percebes, è un grazioso paesino il cui nome è dedicato al protettore dei pescatori. Da segnalare la (forse un po' studiata) scenografia fatta di calce e pietra nelle case e nella bella chiesa, le altissime scogliere, e le roschillas, tipiche ciambelline dolci.

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20 agosto 2007

Diario spagnolo/Due luoghi cult de La Coruña


La Coruña (A Coruña, in gallego) si estende su di una penisola, o se si vuole su di una lingua di terra protesa verso l'Atlantico, anche se successivamente ha ampiamente invaso l'entroterra retrostante. All'estremità spicca la Torre de Hércules, un faro romano che, sebbene ampiamente restaurato, è pur sempre il più antico ancora in funzione. A differenza di altre città spagnole, qui il recente rapido sviluppo non si è tradotto in grandi opere glamour, ma si è rivolto con attenzione alla qualità della vita della gente: basti pensare alle piste pedonali/ciclabili che sovrastano il mare grazie alle quali si può compiere l'intero giro della penisola (undici chilometri circa), o le basi militari riconvertite in bellissimi parchi. Come molte città marittime, mostra due volti: quello delle vie prossime al mare, e quello più rarefatto delle strade che salgono verso la città vecchia, elegante e piena di belle chiese.


Nel lungomare (l'Avenida de La Marina) spiccano le galerias, coreografiche balconate chiuse con strutture di legno bianco, tipiche di tutta la regione, adatte a catturare la luce spesso non abbondantissina quando non è estate.


Alle nove di sera (vista la longitudine, è ancora pieno giorno), la Calle Real (perlomeno d'estate) è un fiume compatto di gente (di tutte le età: anzi, direi che spiccano alla vista signore anziane, azzimate e avvolte in vestiti formali e dai colori chiari, all'opposto del "folclorico spagnolo" che conosciamo) che si divide poi nei rivoli delle traverse, dense dei luoghi delle tapas. A Plaza Maria Pita, la piazza principale (dedicata alla patrona della città, che non è una santa ma una "laica") classicamente rettangolare e "porticata" sfocia anche la Rúa Franja, la strada dei ristoranti, ideale per abbuffarsi con le classiche mariscadas, impressionanti piatti di crostacei (dalla nécora al centollo, dal buei de mar, langosta, bogavante...), che costano dai 30 euro in su a seconda dei tipi di crostacei che la compogono. E divorare un piatto del genere comporta una pazienza ed una abilità manuale (aiuta molto l'esperienza...) non indifferenti: comunque, non si deve aver fretta.

Al di là di queste solidissime tradizioni, La Coruña possiede due ristoranti con stella Michelin (ce ne sono altri due a Santiago de Compostela e sette in totale in Galicia: siamo lontani dai fuochi artificiali di Cataluña e Pais Vasco): il Playa Club e il Pardo, che a differenza del primo vede il giudizio "ratificato" dalle guide locali e che ha "partorito" un secondo locale, il Domus, ubicato presso il museo antropologico la ("Casa del Hombre") e che gode di una vista spettacolare.

E poi ci sono i posti cult, quelli che conosciuti ed amati da coloro che da sempre vivono in questa città. Ne citiamo due. Il primo non ha nome, è una porta che si apre nella Rúa Torres, una traversa della Calle Real; l'unica cosa che si legge è il "3" del numero civico. Gestito da due sorelle, ha le pareti foderate di poster del "Depor", il Deportivo La Coruña (squadra di calcio "provinciale di lusso" si diceva da noi una volta); è sempre pieno, pochi tavolini, gente assiepata alla barra.


L'offerta, basica, è la seguente:
Ribeiro
servito in caratteristiche tazas:
il Ribeiro è il "secondo vino" gallego. Prevalentemente composto da uve godello è più leggero, delicatamente agrumato, e meno profondo dell'Albariño della denominazione Rias Baixas, ma assai piacevole
queso: quello gallego è vaccino,
fresco, dolce e burroso. Le tipologie sono: queso tetilla (se ne può immaginare la forma), l'Arzúa-Ulluoa, il San Simón (i cui aromi spesso ricordano la frutta secca e la castagna) e il queso del Cebreiro (Cebreiro è una importante sosta del Camino di Santiago, deliziosa località turistica presso Lugo).


empanada: grande specialità gallega, fa parte, detta alla buona, della famiglia delle focacce ripiene. La pasta può essere più "a sfoglia" o più massiccia (in generale quando proviene dal territorio interno) e i ripieni più classici sono a base di: carne, atún (tonno), bonito del norte (una qualità pregiata di tonno), bacalao, xoubas (piccoli pesciolini chiamati anche parrochas).


Il secondo posto è un più classico ristorante, l'O Tanagra,
che sta in Rúa Angel 4 (sempre in prossimità di Plaza Maria Pita). "Especialidad en cocido gallego", come recita la ricevuta della cuenta, ed è un posto in cui si trovano le specialità di Galicia più "povere", ossia non i grandi piatti di crostacei ma, a parte appunto il cocido (ne abbiamo già parlato) che è una sorta di bollito misto e che qui viene servito su un abbondante contorno di grelos (cime di rapa) e patate, ci sono tortillas, pimentos de Padrón, piatti di carne, ma sopratutto il caldo gallego, una zuppa molto aromatica che contiene una componente di carne (el unto, grasso di maiale che viene fatto appositamente irrancidire, costolette di maiale e il chorizo) ed una vegetale, soprattutto fatta di patate e grelos, ma anche spesso di verzas e repollo (cavolo cappuccio).


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15 agosto 2007

Diario spagnolo/Le spiaggie di Galicia


La Galicia è la regione della Spagna che occupa lo spigolo nord-occidentale della penisola iberica. Insomma, per chi lo debba spiegare piuttosto spesso ai molti che non lo sanno, risulta comodo dire che è “il pezzo di Spagna che sta sopra il Portogallo”. Di qui erano il caudillo Francisco Franco ma anche il fondatore del partito socialista-operaio (PSOE) Pablo Iglesias; di qui era la famiglia di Fidel Castro e da un piccolo negozio de La Coruña è partita l'avventura di Zara, oggi uno dei più diffusi marchi di abbigliamento "low-cost". Non avendo praticamente subìto l’occupazione araba ha preservato intatte le testimonianze della civilizzazione romana (a partire dai metodi usati in agricoltura) e dell’arte romanica (è disseminata di pregevolissime piccole chiese in pietra); ma nell’anima è celtica, come indicano i reperti archeologici (dai “castri” ai monili, spesso affini a quelli rinvenuti in Irlanda) e la chiarezza nordica dei colori della sua gente (spesso bionda, spesso mora con occhi chiari). Le stesse imponenti catene montuose che la protessero da los moros la hanno tenuta piuttosto isolata finché non sono arrivate le infrastrutture nuove di zecca che caratterizzano la Spagna odierna (gli ultimi viadotti autostradali sono stati inaugurati qualche anno fa); forse è per questo che los gallegos sono piuttosto chiusi e la Galicia viene bonariamente presa in giro per una (vera o presunta) arretratezza.



Il turismo mostra due volti: quello religioso che invade la bellissima Santiago de Compostela spesso dopo molti chilometri percorsi a piedi lungo il Camino de Santiago, e poi c’è quello più elitario dei paesaggi selvaggi, verdissimi a perdita d’occhio (grazie anche ad un clima umido e piovoso), della gastronomia ancora fortemente legata alla tradizione degli enormi piatti di crostacei (ma non solo), dei vini bianchi fra i migliori di Spagna e che stanno emergendo nei mercati europei, ma soprattutto delle sconfinate spiagge che, nella lingua locale (lingua, non dialetto, come sono lingue il castellano, il basco, il catalano, anche se - va detto - ha un suono che assomiglia al portoghese), si chiamano praias.



Le acque che bagnano la Galicia sono l’Oceano Atlantico “tout court” ad ovest e i
l mar Cantabrico, il suo ramo che guarda da sud le coste francesi e l'Irlanda. Lo spigolo che fa da separatore, intorno alla città de La Coruña, presenta le coste più frastagliate e irregolari e non a caso è denominato “costa della morte”. Le spiagge sono segnalate da cartelli lungo la strada (“praia”) e sono attrezzate con servizi essenziali (parcheggio e docce) gratuiti. Solitamente sono sovrastate, a mo’ di anfiteatro, dal consueto paesaggio verde; essendo "oceaniche" sono vastissime, e questo ne fa luoghi meno “sociali” e più individualistici di quanto non accada nel mediterraneo. Nuclei famigliari sono sparsi distanti uno dall’altro con ombrelloni e teloni paravento, camminatori fanno lunghe passeggiate.



E intanto il mare "si muove", con le onde che partono così lontane che sembra non debbano interessarti, ed invece arrivano forti, e tornano indietro con violenti “risucchi”. La marea ne cambia in continuazione
la conformazione e spesso se si è passati in un posto si rischia di dover effettuare arditi “guadi” poco dopo, al ritorno. L'acqua è solitamente piuttosto fredda, ma ho come l'impressione che i cambi climatici stiano avendo i loro effetti anche qui, visto che persino io sono riuscito a fare il bagno più di una volta...


Quasi sempre le spiagge sono fornite di ristoranti con viste bellissime o semplici “chiringuitos”, ossia delle “baracchine” che offrono gli elementi classici della gastronomia gallega: pimentos de Padrón fritti (i peperoni piccoli e verdi, Padrón è un paese della Galicia), pulpo de feira (ossia "il polpo nella maniera delle fiere") sempre tenerissimo, condito con olio, sale grosso e pimenton e servito tagliato a rondelle), sardiñas, queso, chipirones (calamari)….. senza disdegnare una meno tipica ma assai classica tortilla de patata.



("Coida a tua praia", che in spagnolo sarebbe cuida a tu playa, significa "abbi cura della tua spiaggia")

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11 agosto 2007

Diario spagnolo/Il "cocido maragato"


Per andare da Madrid a La Coruña, città atlantica che sta nella punta estrema a nord-ovest della Spagna, bisogna farsi sui 600 chilometri. Ma sarà per il traffico blando, la pavimentazione buona, il primo cantiere che si affaccia timido dopo un centinaio di chilometri, insomma si arriva stanchi come dopo 200 chilometri “italiani”. Si percorre l’A6, l’”Autovìa del Noroeste”, in gran parte gratuita (tutto il tratto che percorre la regione della Castilla-Leon), mentre si paga il tratto che interessa la “Comunidad de Madrid” e qualche tratto in Galicia.
Ma il tempo che ci vuole è quello che è, e bisogna fermarsi a mangiare. Stavolta ci siamo fermati a Castrillo de los Polvazares, un piccolo borgo (in via di turistizzazione) prossimo ad Astorga, in Castilla-Leon ma già quasi in Galicia ed inserito nel Camino di Santiago, per cui si vedono spesso "pellegrini" camminare con zainone e bastone. Per inciso, ad Astorga c’è una bella cattedrale e una chiesa firmata Gaudì.


Uno dei piatti tipici di questa regione, la Maragatería, è il “cocido maragato”. Il “cocido” è una sorta di bollito misto, ma il chorizo (il salume aromatizzato al “pimenton”, spezia molto usata in Spagna) gli trasmette un sapore molto particolare e marcante. Di “cocido” esistono diverse versioni (il madrileño, il gallego che è più delicato e si avvicina di più al bollito…) che si differenziano per il tipo di carni incluse. Il “maragato” è quello di questa zona, e si accompagna con il vino della denominazione Bierzo: ci stanno la lingua, la guancia, il lardo, il lacón (la spalla anteriore del maiale), un po' di pollo e l'almodigón, una sorta di canederlo (molto buono!). Da notare poi, nella tradizione, una curiosa inversione nella sequenza delle portate: per prima arriva la carne, poi ceci e verza (che hanno assunto lo stesso sapore della carne; i ceci sono di una morbidezza straordinaria), infine la “sopa”, il brodo dove è stata cotta la carne con una sorta di spaghettini spezzati.



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07 agosto 2007

Diario spagnolo/Finalmente los caracoles!


Era un po' che cercavo los caracoles, ossia le chiocciole, fra las tapas spagnole. Non spasmodicamente, è vero, ma almeno un paio di volte per esempio avevo ricercato invano un bar attorno a Sol dove mi ricordavo di averle trovate. Sì, perchè direi che non sono affatto frequenti nei banchi anche più riccamente imbanditi. Frequenti sono las tapas di tortilla, di calamares a la romana, di callos (ossia la trippa) a la madrileña (a Madrid, perlomeno), di patatas bravas o al alioli, di jamón o chorizo, di croquetas, ensaladilla rusa, e anche direi di pulpo a la gallega. Ma los caracoles, direi di no.


L'altro giorno, aspettando l'orario del biglietto per entrare nella mostra "Van Gogh. Los últimos paisajes" al museo Thyssen-Bornemisza (vedi relativo post) ho sconfinato nella vicina Calle Lope de Vega, densa di posticini tipici (La Fábrica, la Cerveceria La Dolores, Gambrinus). E da Gambrinus, forse il meno tipico (aria condizionata e poco fumoso...) ecco i miei caracoles, serviti in un brodino delicato....

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05 agosto 2007

Diario spagnolo/Gli ultimi paesaggi di Van Gogh


È stato anche grazie a Carmen Cervera, andata in sposa al barone svizzero Hans-Heinrich Thyssen-Bornemisza, che la Spagna è stata scelta verso la fine degli anni ’80 come sede permanente di una delle più grandi collezioni d’arte europee. Era una modella che però si convertì molto presto in una intellettuale, tant’è che oggi è anch’essa una collezionista di primo piano. Nacque allora il museo Thyssen-Bornemisza (bello, a misura d’uomo, e misuratamente “glamour”; www.museothyssen.org), non lontanissimo dalle altre due grandi gallerie della capitale spagnola (il Prado e il Reina Sofia) e posto nel Paseo del Prado, un viale immenso e verdissimo, il quale stava però per essere privato di numerosi alberi per un insano progetto di riforma della viabilità, se la stessa Carmen non fosse arrivata ad incatenarvicisi per protesta. Dal 12 giugno al 16 settembre, il museo Thyssen-Bornemisza ospita la mostra “Van Gogh. Los últimos paisajes”.



Dal febbraio all’aprile 1889 Van Gogh ebbe forti e ripetute crisi della sua malattia mentale nella casa di cura di Saint-Rémy-de-Provence dove si era autorecluso, e decise di trasferirsi ad Auvers-sur-Oise, una luogo che Pizarro aveva consigliato al fratello Theo, oltre che a Cézanne. Era questa (ed è) una amena cittadina a 35 chilometri da Parigi, con case in stile antico e nuovo, attraversata da un fiume, circondata da florida campagna e sconfinati campi di grano. Vincent vi giunse il 20 maggio e si installò in un alberghetto che dava sulla piazza del Municipio. Da allora iniziò una periodo di attività che ha del prodigioso: produsse infatti in settanta giorni oltre settanta dipinti e una trentina di disegni. Il 27 luglio uscì di casa con la pistola che usava per spaventare i corvi, si recò fra i campi che soleva ritrarre e si sparò un colpo nel petto; tornò in albergo e si chiuse nella sua stanza. Fu in seguito trovato gravemente ferito, i medici (fra cui l’amico e artista Gachet) decisero di non estrarre la pallottola; morì nelle prime ore del 29 luglio. Aveva 37 anni, era pittore da soli dieci, ma sarebbe stato presto avvolto nel mito e riconosciuto come uno dei grandi protagonisti della pittura moderna.


La mostra si snoda in quattro sale densamente riempite e ricche di prestiti dagli Stati Uniti e Scandinavia (da Helsinki proviene quella che potrebbe essere l’ultima sua opera, che ha il cielo dipinto
solo in parte). È aperta da due opere di Pizarro e due di Cézanne ove sono ritratti gli stessi luoghi che poi sono protagonisti delle 24 opere vangoghiane i cui tratti comuni sono la pennellata rapida e nervosa, i campi immensi ripresi con orizzonti bassi, l'assenza con poche eccezioni delle figure umane, che però vanno segnalate: il delizioso ritratto del piccolo figlio del falegname (“Bambino con arancia”, collezione privata svizzera), le "Due donne che attraversano il campo" di San Antonio, Texas e i due sposi alquanto spettrali delle “Due figure nel bosco” del Cincinnati Art Museum. E poi campi di papaveri, il fiume, il grano, il municipio del paese ritratto il giorno della festa del 14 luglio, il suggestivo “spazio liquido” di cui sono fulgidi esempi la “Strada in Auvers” di Helsinki e le “Case in Auvers” di Boston.

Il catalogo (disponibile in spagnolo e inglese) non è il solito ‘mattone”, è caruccio come se lo fosse (35 euri), ma è ben curato e include una suggestiva selezione delle lettere di un uomo che si avvicina alla morte.

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19 marzo 2007

Diario spagnolo/chocolate con churros


In questo soggiorno spagnolo il chocolate con churros ha avuto un ruolo speciale, anche per la sua inaspettata (forse solo per me) apparizione, verso le quattro di mattina, nel corso della festa del matrimonio che era poi la causa della mia venuta.

Ricordiamo: i churros sono sostanzialmente pasta fatta con farina, olio, sale e zucchero, che viene poi passata attraverso uno strumento che la sagoma di forma cilindrica ma con una sezione "a stella". Abbinamento magico, quello con il cioccolato. Occasione privilegiata, la colazione della domenica mattina, e la colazione dopo la notte di "marcha" (quella che solo noi italiani chiamiamo "movida", ossia la notte passata di locale in locale, bevendo e ballando). Una "variante" sono las porras, che sono piu' grossi e sanno piu' di pasta fritta.

I luoghi privilegiati per il chocolate con churros sono naturalmente le cioccolaterie, e qui cito con assai scarsa originalita' quella di San Gines, appartata in una traversa della calle Arenal, una delle strade che si irradiano da Puerta del Sol, ma devo dire che la cioccolata e' proprio speciale. E poi ci sono las churrerias, piccoli laboratori o semplici chioschi (la foto si riferisce a la churreria San Lorenzo a San Lorenzo de L'Escorial), e a quel punto i churros possono anche essere classificati come finger food... (come anche il cioccolato, trasportato in bicchieri di plastica).



PS: questa storia del chocolate con churros alla fine della "notte brava" la conoscevo fin dai miei esordi in terra spagnola, perche' mi ero diligentemente preparato sulle guide turistiche. Ma in una delle mie (scarse) esperienze in merito, alle otto di mattina, piu' morto che vivo, mi sono visto arrivare un vassoio con il "pollo a l'ajillo", ossia pollo cucinato all'aglio....

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17 gennaio 2007

Questi spagnoli/2


Ancora due osservazioni sulla Spagna, di segno diverso da quelle del post precedente, così da riequilibrare un po' la situazione.

1. All'inizio di dicembre è fallita la compagnia low cost Air Madrid. Una cosa che tra l'altro mi ha riguardato, visto che il mio biglietto è giustappunto "scomparso" e ne ho dovuto prendere un altro (caro) da Iberia. Detto questo, nei telegiornali spagnoli si vedevano le immagini dell'aeroporto di Barajas pieno di gente arrabbiata, urlante, disperata (la compagnia era molto utilizzata dai sudamericani, che spesso avevano risparmiato duramente per andare a trovare le famiglie). Se fosse successo in Italia sarebbero state mostrate le stesse immagini di un aeroporto con gente arrabbiata, urlante, disperata. Ma poi sarebbe seguito un altro servizio che spiegava quanto siamo disgraziati, quanto siamo gli ultimi in tutto, quanto non abbiamo un capitalismo, quanto non abbiamo industrie, quanto dobbiamo recuperare, quanto siamo arretrati, quanto non ci meritiamo niente... Invece, di là, niente. Un po' perplesso, ma senza perdere troppo in baldanzosita', lo/la speaker "voltava pagina".
PS: che qualcosa da noi stia cambiando? Mi viene in mente vedendo certe recenti apparizioni del ministro Bersani. Un tempo non rideva mai, era sempre serissimo/malinconico, e per questo era preso spesso in giro da quelli de "Il ruggito del coniglio". Ultimamente, quando lo si vede in TV, fatica a contenere le risate. Lo ricordo ad un "Porta a Porta" davanti ad un Tremonti schiumante di rabbia ridere in modo incontenibile, come ultimamente ad un Ballarò...


2. In Spagna i regali non li porta né Babbo Natale né la Befana, ma li portano i Re Magi, ossia los Reyes. Il 5 gennaio c'è l'ultimo assalto apocalittico ai negozi e nel pomeriggio ci sono le "cabalgadas", ossia in tutti i paesi e città arrivano i tre Re preceduti e seguiti da carri (tipo carnevale), attesi da folle di bambini assiepati ai lati della strada, ai quali vengono tirate (con entusiasmo anche piuttosto eccessivo) raffiche di caramelle. Poi appunto arrivano i regali, il 6 c'è una calma quasi surreale e il 7 iniziano "las rebajas", ossia i saldi, e si scatena di nuovo l'inferno. Vale la pena raccontare quello che succede ne "El Corte Inglés", una catena di grandi magazzini (lo stile è piuttosto quello della nostra Rinascente). Se si riconsegnano i regali si può caricare una "carta regalo" del prezzo dell'oggetto e essendo ormai epoca di saldi si possono fare, con quella cifra, acquisti più convenienti. Oppure, se si deve cambiare la misura di un vestito, si restituisce quello regalato, si fa caricare la carta con il prezzo, si ricompra lo stesso capo della misura giusta che nel frattempo quasi sicuramente è stato scontato, e nella carta rimane la differenza. O, al limite, si può squallidamente restituire il capo, aspettare che venga scontato, e poi ricomprarlo.......(è una cosa che si può fare, l'ho visto con i miei occhi).

[Immagini: all'aeroporto di Barajas, l'omaggio degli Equadoriani ai loro connazionali morti nell'attentato ETA del 30 dicembre; il Corte Inglés di Paseo de la Castellana il primo giorno di "rebajas"]

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14 gennaio 2007

Otto vini italiani in carta

Sono rimasto abbastanza male quando ho visto che nel ristorante del Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, preso in gestione da Sergi Arola, allievo di Adrià e chef de La Broche (due stelle Michelin) c'erano otto bianchi ed otto rossi italiani (segnalo il Barolo Ginestra Vigna Casa Matè 2000 di Elio Grasso, 78 euro, e l'Ornellaia 2002, 120 euro), a fronte di 10-12 pagine "francesi" per ciascuna tipologia. Ma poi ho pensato: non è così anche all'inverso, ossia nelle carte italiane nei confronti dei vini spagnoli?

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