acquabblog

Il BLOG de L'AcquaBuona, rivista enogastronomica nella rete, è uno spazio per dialogare, per parlare sì di vino ed enogastronomia, ma anche per divagare, uscendo dai limiti rigidi della rivista. Per gettare sassi nello stagno, per ascoltar la vostra.

14 luglio 2008

Il "Salami" spagnolo

Eccolo qua il "Salami" spagnolo. Si tratta di un insaccato composto in maggioranza da carne di maiale e in minoranza da carne di volatili, più cosette varie che conosciamo bene (destrosio...). Ora, non può non insospettire l'assonanza del nome con il nostro "salame" in un Paese nel quale gli insaccati più tradizionali sono il chorizo (salume aromatizzato alla spezia pimentón) il salchichón (più simile ai nostri salumi), la morcilla (che invece non trova strette corrispondenze in Italia, può avere fra i componenti anche il riso e si cuoce).

Ma questo "salami"? Secondo le mie informazioni non ha grande tradizione dietro. E allora? Non è che si sfrutta il "marchio" salame (apprezzato fra i gourmet d'Europa e oltre) per entrare in qualche mercato in modo in po', diciamo così, sbrigativo?

Ahiahi, gli infiniti contenziosi con gli USA per la difesa nei nostri marchi agroalimentari si comprendono, visto che quel grande Paese, in questo ambito, non ha né arte né parte. Ma dalla Spagna, che ci tallona in fatto di numero di DOP e IGP riconosciute, ed è universalmente apprezzata per i suoi prodotti tipici... chi se lo sarebbe aspettato....

Etichette: ,

05 luglio 2008

Ristorante La Foresta, la carta dei vini che non ti aspetti


Ristorante del Lazio, alle pendici del Terminillo, in località Castelfranco per l'esattezza. A due passi c'è il santuario de La Foresta, uno dei quattro luoghi che San Francesco visitò dopo essere andato via da Assisi rinunciando alle ricchezze del padre mercante. Questi quattro luoghi sono diventati quattro Santuari francescani: oltre alla Foresta, ci sono Poggio Bustone, Fonte Colombo e Greccio, tutti nella "Valle santa".


Grande e un po' pomposo il giardino; ampie le sale, ideali per le cerimonie, grandi finestroni con affaccio sul bel panorama. Cucina semplice ma ben eseguita (buone le tagliatelle ai porcini, affidabile e succulenta la Fiorentina). Poi arriva la carta dei vini che ti sorprende. Stile "librone", bella compilazione. E poi, vini che non ti aspetti: grande assortimento sia nei bianchi che nei rossi. Per dire, sorprende la presenza, qui, dei vini del barolista Virna. E poi, Bolgheri a go-go, Masseto compreso. Deve esserci insospettabilmente una clientela che vuole la varietà e/o che può spendere... (palazzinari? politici romani?) Ma c'è qualcosa che stride: Sassicaia 2003, 120 euro. Tanto? Poco? E poi: un Solaia "Annata diversa" 2002 (100 euro) che costa di più del Solaia in annate grandi come la 2001 (80 euro) o la 1999 (seppur di poco, 95 euro).... Insomma, lista ben compilata, ma con qualche piccola disattenzione...

Ristorante La Foresta,
Via Foresta, 51 - Rieti
Tel. 0746/220455
www.ristorantelaforesta.it

Etichette:

12 giugno 2008

Il Principe di Piemonte sale di livello

[Calamaro arristito ripieno di crostacei, zucchine e peperoncini verdi]

"Il Principe di Piemonte sale di livello" non è a priori un giudizio di merito... perché il ristorante del Grand Hotel "luxury" viareggino da qualche giorno è ufficialmente salito al quinto piano dell'edificio, dopo avervi trasferito "fisicamente" la cucina (con annessi imponenti lavori). Giuseppe Mancino e Andrea Nacci capeggiano la squadra ai fornelli, e la mano è di quelle buone, assai buone... Si mangia in una sala interna, e d'estate in una veranda e a bordo piscina con panorama sul lungomare e pineta.

Vi si possono trovare "citazioni" scontate quanto si vuole in questo antipasto, ma la passatina di ceci al rosmarino con farro, orzo perlato, gamberi rossi e caramello d'astice è veramente piacevole e divertente per il gioco di consistenze dato dai vari legumi. Un piatto su cui si punta molto è la Calamarata di Gragnano cotta sottovetro con frutti di mare e asparagi verdi, in cui la pasta viene cotta a parte, poi unita al pesce e alle verdure; a completare un passaggio a bagnomaria. Il piatto viene servito al tavolo trasferendolo da un vaso di vetro di quelli "con il gancio" accuratamente sigillato.

Ma veramente stratosferico è il risotto al gambero rosso, melanzana, peperoncino habanera: raramente ricordo una cottura del riso e una mantecatura così perfette, la moderata piccantezza che dà il giusto brio e il pesce di surreale sublime consistenza....

Niente male anche i piatti di carne, con un controfiletto di agnello ai carciofi di cottura e sapori centratissimi.

Menu degustazione, 80 euro con vini abbinati. Alla carta sui 90.

Il Piccolo Principe
Piazza Puccini 1
55049 Viareggio (LU)
Tel. 0584 4011 Fax 0584 401803
www. ristoranteilpiccoloprincipe.com

Etichette:

20 maggio 2008

Le bontà di Cooking for olive oil


Domenica interessante e stimolante quella passata al Centro Convegni di Arezzo dove si è svolta, fino a ieri, Medoliva, prima edizione di una fiera dedicata all'olio di oliva che si è proposta l'ambizioso intento di radunare i produttori dell'intero bacino del Mediterraneo, nordafricani compresi. All'interno si è tenuta la sessione finale di "Cooking for olive oil", concorso per chef emergenti del centro Italia curato da Luigi Cremona con la collaborazione di Lorenza Vitali.

Dopo che sabato era stato il turno della Toscana (vincitore Luca Landi del ristorante Lunasia-Hotel Green Park di Tirrenia (PI)), domenica erano di scena cuochi di Lazio (Roma in particolare), Marche ed Abruzzo, oltre ad una sessione fuori concorso dedicata agli chef italiani che lavorano all'estero. I vincitori (Riccardo di Giacinto del ristorante All'oro di Roma e Carmine Calò de Il Cantuccio di Monsanpolo del Tronto (AP)) hanno partecipato alla finale di ieri, del cui esito non sono ancora a conoscenza. [NOTA: Vincitore finale, Carmine Calò]

Cucina approntata per l'occasione, gli chef davanti che parlavano di loro, delle loro ricette e nel frattempo cucinavano ed impiattavano per i giurati. Dietro le quinte un'altra cucina ed uno staff che cucinava e passava al personale per il servizio alla sala, fatta di partecipanti che si erano prenotati più qualche "infiltrato" della stampa. A tirare le fila di tutta questa macchina piuttosto complessa era, microfono alla mano, Luigi Cremona che ho scoperto validissimo conduttore di un "talk show", fra presentazioni, contestualizzazioni, mini interviste agli chef...

Ecco brevemente i piatti più interessanti della giornata:

Falso tiramisu, o tiramisu di baccalà: qui l'unico ingrediente in comune con il classico dessert è la polvere di cacao, per il resto ci sono il baccalà dissalato e cotto nel latte, ed un mantecato di patate all'olio di oliva. Tocco finale: un croccantissimo guanciale di Cinta Senese. Autore Riccardo di Giacinto, chef del ristorante All'oro di Roma in Via Eleonora Duse 1e (zona Parioli) a Roma, tel. 06.97996907.

Filetto di ombrina in crosta di basilico. La foto è del piatto già "inaugurato" per far vedere in sezione l'architettura a strati fatta di crosta, pesce, brunoise di zucchine. Un piatto veramente coinvolgente, nel quale ha giocato probabilmente la qualità del pesce, ma anche l'equilibrio dei sapori e di freschezze conferito dalle componenti vegetali, fondamentali anche per la ricchezza di consistenze del piatto. Autore, Francesco Carli, chef del ristorante Cipriani dell'Hotel Copacabana Palace di Rio de Janeiro. Origini venete, era andato a Rio per l'inaugurazione del ristorante che con l'albergo è di proprietà della catena di hotel (di lusso) Orient Express. E ci è rimasto...

Etichette:

22 aprile 2008

Mangiare a compartimenti stagni


Non ho capito bene se solo di domenica, o tutti i giorni, il menu di questo ristorante è organizzato nei seguenti compartimenti stagni: menu a 25 euro, tris di antipasti e, a scelta primo o secondo; menu a 30 euro, tris di antipasti, primo e secondo. Arriva il cameriere. Siccome accanto al popolo dei Mangioni esiste quello degli Inappetenti, due esponenti di quest'ultimo subito mettono le mani avanti: noi prendiamo un menu in due. "E no! - fa il cameriere - gli adulti devono prendere tutti un menu. Ai bambini facciamo anche solo una pasta al pomodoro, ma per gli adulti, il menu!" Ma come, ribattiamo, domenica scorsa eravamo qui, una tavolata di più di dieci persone, ci siamo divisi i menu... "No, abbiamo cambiato politica, ci porta difficoltà organizzative". Vabbe'. E inizia a prendere le ordinazioni "Tre antipasti, poi?" Perfidamente, sparo primi e secondi a raffica. "Eh no... calma... qua c'è troppa roba!".

Insomma, né di meno, né di più. Che bello, queste rigidità della ristorazione italiana che sopravvivono a tutto, alle crisi, alla gente che si incaponisce a ordinare una portata e, accidenti a loro, a chiedere il conto senza sentirsi nemmeno un po' cafoni e/o morti di fame... Magari perché all'estero vedono che si fa così....

[scampi e passata di ceci...]

PS: Inquadriamo il contesto e diamo le scusanti. Il contesto è il parco di Migliarino, spiaggia di Marina di Vecchiano. Ora c'è il nuovo svincolo che ci scodella direttamente dall'uscita Pisa nord della A11 valanghe di fiorentini-pistoiesi casinisti in braghe variopinte, secchiello, occhialoni scuri firmati ecc... La spiaggia di Marina di Vecchiano è, precisiamo, incorporata in un parco di grande bellezza e dunque la vista è completamente privata di case, palazzi e palazzoni, e una volta si configurava così: parcheggio selvaggio (i posti sono limitati), niente telefono, due baretti d'antan, due scheletri in cemento. I due scheletri in cemento ad un certo punto si sono rianimati trasformandosi in "oasi", ed uno di essi ospita questo ristorante, Il Papiro.

A colpi di Venerdi di Repubblica e di chissà cos'altro, adesso il panorama umano include molti intellettual-amo-tanto-la-natura-ma-anche-tanto-le-comodità, talvolta più irritanti (forse perché meno naturali) dei fighetti "D&G" che iniziano poco più su, da Viareggio in poi.

Ma venendo al punto, pranzare la domenica all'aperto, in mezzo alla macchia mediterranea, e poi magari farsi un giro in spiaggia, nella prima vera domenica di primavera, può essere un desiderio di molti e questo assalto può mandare nel panico.

Etichette:

08 aprile 2008

Sulla vetta dell'Amiata


"L'Amiata è la montagna più alberata d'Europa, conserva i suoi boschi fino alla vetta!". Questo mi dice orgoglioso il patron del ristorante Aiuole, baffo forte e simpatia un po' ombrosa, mentre mi serve un piatto "paradigmatico" del territorio: polenta di castagne con animelle di maiale e ricotta. I castagneti qui abbondano (il ristorante ne ha uno proprio), e il buon latte anche. E dalla vetta dell'Amiata, che stavolta voglio proprio andare a vedere, non mi separano solo 11 chilometri, ma anche un piatto di cervo in salmì e della ricotta con una fantastica crema di castagne (fatta in casa, si sente leggero il Brandy usato per conservarla).


Effettivamente, salendo lungo il crinale grossetano, colpisce lo spettacolo del fitto scheletro invernale del bosco. Verso i 1300 metri compare la neve, poi si entra in provincia di Siena, alla quale dunque appartiene la cima. E io, che mi immaginavo di trovare un cippo solitario, mi ritrovo in una discreta selva di macchine, tre alberghi affacciati su un grande piazzale innevato ed una sorta di pista pochissimo pendente, dove bambini corrono, si rotolano e scendono con lo slittino. Spettacolo di una quieta domenica con la famiglia, poco glamour, che fa tenerezza.
Ridiscendo per il crinale senese, passando da Monte Amiata Scalo a Castelnuovo dell'Abate lungo la zona sud-est del comune di Montalcino: sfilano le vigne di Poggio di Sotto, della tenuta del Greppo di Biondi Santi, della Tenuta San Filippo di Fanti...

PS: il ristorante Aiuole (Località Aiuole, Arcidosso - GR, tel. 0564 967300, anche albergo), è una tappa gastronomica che non si può evitare passando da queste parti. Si raggiunge da Arcidosso seguendo le indicazioni per la vetta dll'Amiata. Due grandi sale, camino, rispetta territorio e stagioni. Sta in tutte le guide (Michelin a parte). 30-35 euro il menu completo senza vino.

Etichette:

19 marzo 2008

Quanto sono interessanti le carte dei vini dei locali fiorentini?

Durante l'ultima edizione di Taste, salone del gusto fiorentino nato da un'idea di Davide Paolini, preso "in gestione" da Pitti Immagine ed ambientato dal 15 al 17 marzo nella suggestiva Stazione Leopolda, è stata presentata l'edizione 2008 di "Pappa e Ciccia", guida ai ristoranti, osterie, trattorie, vinerie di Firenze e provincia, curata da chi della Firenze "mangereccia" conosce gli anfratti più nascosti, ossia il giornalista Leonardo Romanelli. Edita da AIDA Edizioni (www.aidanet.it), ha 134 pagine e costa 6,50 euro, e si confronta con gli appassionati del mangiare bene nel sito www.pappaeciccia.golagioconda.it dove sono accolti suggerimenti, critiche, ecc.

Ma a proposito, quanto sono interessanti le carte dei vini dei locali della capitale di una regione cruciale per la nostra viticoltura? Ecco lo scambio di battute fra Paolini e Romanelli.

video

Etichette: , ,

04 marzo 2008

Il direttore della Guida Michelin Italia: la "rossa" è per l'emozionalità in cucina

Perché, ci si chiede spesso, nell'individuare il vertice assoluto della nostra gastronomia le guide dei ristoranti italiani nel corso degli anni sono andati convergendo su alcuni nomi e la Guida Michelin su altri? È una sorta di ripicca reciproca o una più importante differenza di intepretazione della cucina italiana (non so, simile al dualismo Michelangelo-Raffaello esistente fra gli studiosi del Rinascimento?).

Questa la curiosità girata al direttore della Guida Michelin Italia Fausto Arrighi intervenuto alla premiazione del concorso per cuochi professionisti "Azzurro in cucina" organizzato dal giornalista Claudio Mollo negli ambienti dell'Hotel San Ranieri e Ristorante Squisitia di Pisa.


video

Etichette: , ,

18 febbraio 2008

Da Tripoli ha chiuso



Lo so che non è il primo post di quelli un po' depressivi, e che oltretutto riguardano il mio "orticello". Però, la pasticceria "da Tripoli", che ha chiuso ieri causa sfratto diventato esecutivo, è (era) un posto di quelli storici o quasi per Pisa. Si leggeva sulla guida dei ristoranti di Veronelli del 1985: "Consiglio gastronomico: famosa, a giusta ragione, la torta di frutta della pasticceria Tripoli".


Io e molti amici eravamo affezionati al suo Strudel di mele (piuttosto lontano per la verità dalla versione originale altoatesina) o, in stagione, di castagne, la cui materia prima proveniva direttamente dai banchi del mercato appena fuori dal suo portone. Strudel a parte, le sue vetrine si caratterizzavano per una pasticceria "a grana grossa", poche cremine e molta "ciccia".
Stando al cartello esposto, stanno cercando una nuova sede. Auguri...

Etichette: ,

15 febbraio 2008

Ristoranti "vintage"

Ieri, in un ristorante. Niente stelle, niente cappelli, niente forchette (per quel che vale, naturalmente!). Prima sensazione, di autentica meraviglia, leggere la sfilza di "30 euro" in corrispondenza degli antipasti di pesce. Poi un tripudio di "prosciutto e melone", "entrecote", "crepes", rucole, scaloppine, cremose salse rosse, cremose salse bianche... Si ha la tenera impressione che danno quei posti tetragoni ad ogni aggiornamento culturale, ma non per cattiveria, per quel beato isolamento che rassicura la clientela abituale. Mi si dice che questo posto ha molto successo, e del resto non va mai in ferie e in estate non chiude mai. Menu completo di pesce, vini esclusi, sui 110 euro. Di carne, sugli 85.

Etichette:

07 febbraio 2008

Terziarizzazioni

No, non si parla dei profumi forniti dalle botti di rovere al vino… ma di quella trasformazione che in alcune città (turistiche e/o studentesche) avviene da qualsiasi categoria di negozio a bar/pub. Tempo fa mi arriva la notizia che un nuovo “Caffè letterario” è nato nella mia città con ambizioni innovative ecc ecc. Il luogo è suggestivo, la posizione bella (sul “Lungarno”). Comunico la cosa aggiungendo che “prima c’era una orrenda officina per auto”, e mi viene risposto: “una bellissima officina, vorrai dire. Basta con questa terziarizzazione, voglio che rimanga ancora qualcuno a saldare, riparare…!” Io continuo a rimuginare… “però certo le officine per auto sono veramente bruttine…”.

Poi un giorno, camminando nella zona dove abito (dove c’è un bar ogni venti passi, adibito a sfamare una ingente massa studentesca, e il personale universitario tutto) noto che in una gloriosa ma chiusa da tempo “Casa del Formaggio”, dove avevo notato lavori di ristrutturazione è apparso un cartello. Mi avvicino e leggo: “Caffetteria bar ‘Il bosco delle fate’, prossima apertura…” . Un altro!!

Insomma, meglio le “mani sporche d’olio” (come diceva Battisti) o le focaccine cotto e formaggio??

Etichette: ,

02 febbraio 2008

La nuova stella lucchese


“Mi ero ripromessa di non comprarla, quest’anno, la guida Michelin… l’anno scorso ci avevano dato la stessa valutazione di…” dice Mariella, e nomina una classica simpatica trattoria lucchese dal formidabile rapporto qualità-prezzo. “A noi ce lo ha detto Sauro [Sauro Brunicardi del ristorante La Mora di Ponte a Moriano, vecchia stella anch’essa lucchese], e io non ci credevo... siamo così nuovi. Effettivamente qualche mugugno da chi la aspetta da tanto ci è stato riferito. E poi, quante telefonate, quanti telegrammi, quanta simpatia, da Santini in giù. E le aziende vinicole che ci hanno regalato le bottiglie con l’etichetta dedicata a noi e alla stella…” Insomma, si entra in un vero e proprio club, a quanto si capisce.

[cappesante rosolate in padella con bavarese di carota e crema di mandorle al limone]

La provincia di Lucca, con quattro stelle (due di costa, Romano di Viareggio e Lorenzo di Forte dei Marmi, e due d'interno, La Mora di Ponte a Moriano e Butterfly di Marlia) si piazza alle spalle, nella classifica della Toscana giudicata dalla "rossa", delle inarrivabili Firenze e Siena. Predilezione per la cucina di pesce, molta umiltà (Fabrizio Girasoli è autodidatta, e assieme alla moglie ha viaggiato in lungo ed in largo per imparare), passione e fantasia, nei titoli dei piatti (è vero, i titoli lunghi stanno venendo a noia, ma qui non c'è mai pomposità) e nelle composizioni. Punti forti? L'armonia e la precisione dei sapori. Da migliorare? Un po' più di "forza"...

Ristorante Butterfly,
SS12 dell'Abetone e del Brennero, 192
Marlia-Lucca. Tel. 0583.307573
www.ristorantebutterfly.it
Aperto la sera, domenica anche a pranzo
due menu degustazione 45 euro
alla carta 55 euro vini esclusi

video

Etichette: ,

24 gennaio 2008

A pranzo con Angelo Gaja e Nicolò Incisa


Ore 13.30 di ieri: in orario sulla mia tabella di marcia, parcheggio in via Verdi 22 a Cecina, di fronte al ristorante Scacciapensieri. Mi aspetta un pranzetto solitario, quando vedo sfrecciare (a piedi) Angelo Gaja che mi scruta. Poi torna indietro: "Come vaaaa... vedo che pubblicate sempre le mie c....te! Sei a pranzo qui? Però, mica ti mangi un panino a pranzo tu, eh... Stai con noi! C'è anche Nicolò Incisa, anzi mettiti qua, vicino a lui". Apprendo che l'occasione di questo pranzo conviviale è stata una degustazione comparata dei vini di Piemonte e Toscana di Gaja e Incisa, alla presenza di un collaboratore della Revue du Vin de France.


Il pranzo inizia. Gli altri si godono gli spaghetti alle vongole veraci? Per lui puntarelle! Poi, i pesci giganteschi che sfoggia Aldo Buonazia (patron di questo storico locale che ha fatto scuola nella zona) bolliti con olio o maionese casalinga. Gli altri cedono al millefoglie alla crema? Per lui un'arancia.

Nicolò Incisa da parte sua è appena rientrato dal Sudamerica, in Argentina ha un nuovo collaboratore che vende il Sassicaia en primeur. A proposito di Sassicaia, mi informo se ha trovato nuovi mercati. E nel caso, aumenterà la produzione? "No, rimane stabile sulle centomila bottiglie, anche perché conviene averne sempre una in meno della richiesta..." E Gaja apostrofa: "Eccolo là, lo sapevo che iniziava a far domande! I mosti concentrati, profumatamente finanziati dal denaro pubblico! Chi li produce, da dove vengono, dove vanno? Di questo si dovrebbero occupare i giornalisti del vino, altro che del numero delle bottiglie di Sassicaia!"

Incisa è piuttosto preoccupato perché i produttori aumentano ma lo stile dei vini di Bolgheri è ancora piuttosto incerto e poco identificabile. E vede nei suoi colleghi una spinta all'isolazionismo nei confronti delle zone con le quali prima era collegato, ossia la pisana Montescudaio e la livornese Val di Cornia. Un isolazionismo che non condivide e considera perdente.

Mi sembrava di aver orecchiato qualcosa riguardo a delle trattative in corso e al momento di salutare chiedo a Gaja se non stia per caso comprando qualcosa: "Comprare io? Semmai vendo!"

Etichette: , ,

15 gennaio 2008

Diario spagnolo/Il Turrón, il Panettone, la Spagna, l’Italia...

[Turrón nella storica Casa Mira di Madrid]

Il torrone (turrón) spagnolo: molto diverso, sia in foggia che in sapori da quello italiano. Ce n’è di tanti tipi, il blando (alle mandorle ma la pasta è omogenea e compatta), di yema (il rosso d’uovo), di frutas... Sarà che vivo in provincia, ma mi sembra che qui da noi sia generalmente sconosciuto. Invece, c'erano quattro-cinque tipi di panettone nei supermercati spagnoli. Ora, queste cose a me inorgogliscono sempre un po’. Penso: vedi, le nostre bontà hanno successo all’estero perché oggettivamente e non solo affettivamente buone, mentre non abbiamo bisogno dell’altrui torrone. E invece vivo veramente “sotto il pero” perché leggo in giro che è un disastro: gli spagnoli vengono, prendono la ricetta del panettone e comincia a circolare la voce che il panettone più buono è un certo panettone spagnolo. Esportiamo le bufale così gli altri, che hanno più spazi di noi, faranno le mozzarelle di bufala migliori delle nostre. Esportiamo la Chianina che sarà riprodotta il centinaia di migliaia di esemplari... Mentre gli spagnoli esportano i prosciutti ma i loro maiali dalla zampa nera se li tengono ben stretti.... Avrò ragione, sarò un ingenuo?...

[Un panettone (italiano) in un Club del Gourmet del grande magazzino El Corte Inglés]

La Spagna: sembra avere un po’ rallentato, anche economicamente. La disoccupazione, l'inflazione, i "mileuristas", l'ETA, l'AVE Madrid-Barcellona che ha un sacco di problemi... Anche il suo “movimento” gastronomico. Ferran Adrià è stanco, chiuderà, e nessuno, se non ha già prenotato, mangerà più a El Bulli. I cuochi spagnoli si sono fermati e si stanno interrogando. E leggo autorevoli esperti su autorevoli blog (in cui si parla un giorno si e l’altro pure di Italia avviata verso la serie B) che già mettono il punto interrogativo, fra parentesi, dopo “gastronomia spagnola”. Ossia: “gastronomia spagnola (?)”. Come se non esistesse, insomma. Ecco, questo, e non altro, è essere di serie B. Saltare su un movimento quando è pieno di energie, farci le copertine, caterve di articoli, tutti entusiasti (io ricordo solo Raspelli combattere a spada tratta contro la cucina del catalano). Poi appena rallenta, zac! La gastronomia spagnola (?).

[Sopa de garbanzos - Zuppa di ceci - , un "primo" in un ristorante di Madrid]

E la gastronomia italiana? Leggo ancora che dovremmo in qualche modo svincolarci dal nostro totem, la pasta. All’estero si sorprendono: ma come fate a mangiare pasta tutti i giorni? Io, d’altro canto, sfogliando i menu dei ristoranti “medi” penso spesso: ma come fanno gli altri paesi senza la pasta? Cosa s’inventano? E concludo: il successo della cucina italiana lo si deve a lei, perché (all'estero non lo capiscono) offre una infinità di “supporti” assolutamente diversi fra loro, spesso seducenti alla vista oltre che al palato, che si armonizzano con una infinità di condimenti. E mi sbaglierò, ma credo che sia proprio questo il “plus” della nostra gastronomia rispetto alle altre, con o senza punti interrogativi fra parentesi.

Etichette: ,

04 dicembre 2007

La parabola di Sergio

Poco più di un mesetto fa, esattamente il 26 ottobre, Sergio ha chiuso definitivamente i battenti. Sergio è Sergio Lucchesi, "vecchia gloria della ristorazione italiana", per usare una formula un po' inflazionata: si trasferirà in Brasile per aprire un ristorante. Origini versiliesi (Camaiore), inizia a dodici anni a lavorare per il Montecatini di Viareggio. Poi Milano, Cortina, Sanremo, poi Pisa: va a lavorare da “Buzzino” che anche grazie a lui prende la stella Michelin. Nel 1970 apre il suo primo ristorante, nel 1976 si trasferisce sul Lungarno; dal 1978 al 1995 (quasi vent'anni!) ha la stella Michelin che perde quando si trasferisce nella Villa di Corliano, poco fuori Pisa in direzione Lucca. Nel 2000 apre sull’Aurelia, negli ambienti dell’Hotel California, il suo ultimo ristorante italiano, ma le redini in cucina ce le ha già il figlio (peraltro allievo di Marchesi).
È stato seguace della nouvelle cousine, fece venire Bocuse a Pisa, ma è stato anche l’inventore della “tagliata”, ossia la bistecca servita in listerelle assieme ad abbondante rucola (o funghi).
Nelle mie visite recenti devo dire che traevo una certa impressione di decadenza, unita alla "freddezza" della clientela internazionale dell’albergo, alla quale era rivolta anche la cucina non priva comunque, talvolta, di tratti piacevoli. Sic transit...!

Etichette:

30 novembre 2007

Il "Porta a Porta" sulle guide

Dopo qualche anno di pausa, mi sono messo di buzzo buono a vedere la trasmissione che fa ormai tradizionalmente Bruno Vespa in occasione della uscita della Michelin e ho potuto misurare quanto le cose siano cambiate nel frattempo. Avevo nella memoria una trasmissione piena di pathos (oddio, beninteso nella sua versione da talk show) sulle stelle, su chi le perdeva, su chi le guadagnava, esultanze e delusioni degli chef... Ora il fenomeno guide (e quello gastronomia, sospetto) è in netta fase calante, e l’argomento stato relegato nell’angolino tardo della trasmissione dopo una lunga parte dedicata a OGM si o no, a cosa mangiano gli italiani, a come mangiare sano, ecc.

Quello che è rimasto uguale (sulle guide) è lo schema. Da una parte: “noi facciamo la trasmissione quando esce la Michelin perché è enormemente più importante delle altre, ma la Michelin è tanto cattiva e tratta male gli italiani e quindi noi la trattiamo male in trasmissione”. Dall’altra l’uomo Michelin (l’altra sera c'era il rappresentante della comunicazione Gian Paolo Galloni) non risponde, al massimo ridacchia con l’aria di “io so io, e voi nun siete un c.....”.

Tutto il resto è talk show, nel senso classico della definizione, ossia la nullificazione della realtà. Non solo. Ci si collega con Aimo e Nadia, non so quanti anni di servizio nell’alta ristorazione per poi sganasciarsi dalle risate quando lui parla di cardamomo (“ah ah ah, qualche anno fa c’era il sarchiapone, ah ah ah”). Nel perfetto stile di un altro dei Letterman de noantri, Maurizio Costanzo, che invitava esperti o scienziati per sghignazzargli alle spalle quando questi provavano a spiegare qualcosa (“ma che sta' a di’?").

Nel frattempo, i nostri direttori di guide ingoiano il fatto di vedere l’oggetto del loro lavoro e/o della loro passione preso per i fondelli perché le guide si devono vendere, i nostri chef ingoiano perché nella televisione è sempre molto meglio esserci.


E comunque, è valsa la pena guardare questo Porta a Porta per due motivi: per vedere l’autentica e dignitosa delusione di Gennaro Esposito, appena osannato (da spagnoli e non) a San Sebastian, dopo l’annuncio della “promessa della seconda stella” (“eh, sì, dobbiamo ancora crescere, dobbiamo maturare...”). E apprendere dal sondaggio di Mannheimer che solo un 15% degli italiani vanno al ristorante per mangiare bene: per il resto vanno per stare in compagnia, per passare una serata diversa, per festeggiare una ricorrenza......

Etichette: ,

27 novembre 2007

Le "stelle fisse" della Guida Michelin 2008

Eh eh, lo sapevo io che non si doveva aspettare Bruno Vespa per sapere le nuove "stelle" della Guida Michelin 2008, ma bastava sfruculiare con una certa regolarità il sito michelin.it. E infatti se non fossi stato impedito da varie incombenze figliesche avrei postato prima... Insomma, come molti si aspettavano nessuna novità nelle alte sfere: Enoteca Pinchiorri, La Pergola dell'Hilton, Dal pescatore, Le calandre, Sorriso rimangono i tre stelle italiani. Vissani e Pierangelini (e Perbellini, che aveva avuto la "promessa") devono aspettare ancora, così come devono aspettare ancora per la seconda due "cocchi" della critica italiana, ossia Davide Scabin del Combal.zero e Gennaro Esposito che, dopo le esibizioni a San Sebastian che hanno eccitato i nostri critici colà convenuti, ha avuto la "promessa" per la seconda stella (sic!). L'unico nuovo due stelle italiano è in realtà un ritorno, quello del Luogo milanese di Aimo e Nadia. Quest'anno, comunque, la parte del leone l'ha fatta la Campania (in questo la Michelin è "stranamente" in sintonia col sentire comune) con quattro nuove stelle. In Toscana due nuove stelle (l'Osteria di Passignano degli Antinori e il Butterfly alle porte di Lucca - un ristorante che si regge veramente sulla fatica e l'umiltà di una sola persona e che va seguito con affetto... ndr!) mentre l'Onice Lounge Bar - Villa La Vedetta di Firenze, dalla promessa della seconda stella si è ritrovato... spento! (Cosa sarà successo??)

Etichette: ,

22 novembre 2007

"Lo mejor de la gastronomia" visto di riflesso

Certo, è bello seguire gli eventi personalmente, anche quando è faticoso. Ma quando non si può, è divertente viverne il riflesso su internet e blogosfere varie. Oggi si chiude a San Sebastian (País Vasco - España) “Lo mejor de la gastronomia” (lomejordelagastronomia.com), congresso inventato nove anni fa dal giornalista Rafael Garcia Santos (foto); ci sono andati diversi chef italiani (Cracco, Cedroni, Esposito, Scabin...) e diversi giornalisti che, mi sembra più che in passato, hanno avuto molta voglia di farlo sapere. “In partenza per San Sebastian...” dice Enzo Vizzari, direttore delle guide de L'espresso, il 14 novembre scorso nel primo (e per ora unico) post del suo nuovo blog. “Me ne vado a San Sebastian”, gli fa eco Stefano Bonilli il 16, aggiungendo con un retrogusto di “ma ne varrà la pena?” che lui va per la prima volta quando molti hanno smesso di andare. E il 21 in effetti sembra già un pochino di malumore: “Spedire un articolo risulta abbastanza complicato dato uno scarso Wi Fi in albergo e nessun Wi Fi al Kursal e così niente foto del nuovo iPhone.” Sì, perché lo stesso Bonilli, sullo stesso Papero Giallo ci ha già fatto sapere che possiede già l’iPhone (il telefono della Apple) nonostante in Italia non sia ancora uscito, che è fighissimo, e lo fotografa in una tavola elegantemente imbandita (diciamo fighissima anch’essa). A quel punto io mi chiedo a cosa serva il Wi Fi, se uno ha l’internet mobile... Io, col mio modesto PalmOne Treo avrei potuto postare direttamente sul blog (ma anche mandare articoli) anche senza Wi Fi (purtroppo senza foto, che comunque avrei potuto spedire in allegato a qualche collega), pensavo che con l’iPhone.... E poi, gli fanno notare in un commento: ma come, il mitico Sacco di Viaggiatore Gourmet-Altissimo Ceto mette in rete della cartoline live from San Sebastian (stay tuned!) con una valanga di foto e il MegaDirettore del Gambero Rosso fa dei post frettolosi e striminziti lamentandosi della mancanza di Wi Fi? (Però riesce a dirci una cosa interessante, ossia che ormai c’è "un ponte tra noi e la Spagna che scavalca la Francia.”)
Ebbene si, il mitico Sacco ha scucito i 500 e passa euri di iscrizione, viaggio e albergo ed è gongolante a San Sebastian, beato lui. Invece Paolo Marchi, che ne parla su ilgiornale.it, non si capisce bene se ci è andato o no. Fra l’altro lui, sia detto senza offesa, è il “Garcia Santos italiano” perché ha inventato (qualche annetto dopo, mannaggia) il “Lo mejor” italiano, ossia Identità Golose. Infine, un reportage classico (bello) di un giornalista classico è quello di Luigi Padovani su lastampa.it dove oggi, per la prima volta, compare un link: “Vai al sito Viaggiatore gourmet: anche Claudio Sacco segue il congresso”. Ohibo'!

Etichette: ,

26 ottobre 2007

A Padova la Ragione (per ora) resiste

Sono tornato a Padova dopo una decina d'anni e subito, la sera, ho fatto un giro nella Piazza delle Erbe, che fiancheggia lo splendido Palazzo della Ragione. Zona animata anche di martedì, contrariamente ad altre di questo bel centro storico. Piena di ragazzetti più o meno giovani (ragazzo non connota più una precisa età anagrafica) che si sorbivano l'istituzionale spritz.

Subito notate le impalcature che ne oscurano un lato, proprio dove si trovava un baretto in cui mi sarebbe piaciuto far colazione il giorno seguente (con un ombra di vino e un polpetto appena cotto, magari...) mi sono incamminato verso l'albergo, nel vicino ghetto, riproponendomi comunque la visita mattutina, per godere del bel mercato ortofrutticolo della piazza e della fitta serie di negozietti alimentari all'interno del Palazzo.

Attesa trascorsa con una certa apprensione, vista la repentina sparizione di altri luoghi del genere in giro per l'Italia nell'ultimo decennio (il mercato delle Vettovaglie di Pisa, tanto per fare un esempio, completamente distrutto in pochi anni dalla concorrenza di una bella cintura di ipermercati sorti intorno alla città, e anche, a mio avviso, da una certa incultura del consumatore...). Ma, per fortuna, la mattina dopo, il solito mercato ambulante (tirato su ogni mattino) della frutta (da un lato del Palazzo) e di generi vari, dall'altro, mi ha accolto. Con le bancarelle più o meno grandi, anche un po' malmesse, ma colorate di frutta e verdura di ogni genere. E, sollievo massimo, anche all'interno del Palazzo, la sequela di macelleria, macelleria, macelleria, polleria, polleria, formaggi, formaggi, formaggi, gastronomia, ecc. tipica dei mercati di una volta, dove non si temeva la concorrenza ma anzi ci si raggruppava per genere merceologico, mi ha accolto.

Certo, qualche cambiamento si notava. Numerosi i pakistani tra le bancarelle della frutta, i cinesi a offrire cineserie e abbigliamento (che strane queste diverse attitudini dei diversi gruppi di immigrati), così come in molti altri mercati d'Italia. E tra i negozietti qualche fallanza, un'ampia zona dentro il Palazzo acquistata da una specie di supermercatino, che ha evidentemente sostituito vari esercizi ma mantenendo la tipologia di bancone al pubblico, uno spazio acquistato dal Comune... ma, insomma, niente di drammatico.

E comunque nessun cedimento riguardante la ragione ultima della mia visita: almeno tre macellerie equine, dove ho acquistato un bel chilo di sfilacci di carne di cavallo, rigorosamente lavorati a mano, una abitudine che tento sempre di rispettare visitando Padova.

Alla prossima!

p.s. oggi leggo sui quotidiani "Apertura nuovo centro commerciale a Empoli, attese in sacco a pelo e ressa per essere i primi all'ingresso" Non potendosi trattare di povertà (non si fa la coda per entrare a MediaWorld se si è poveri) direi che siamo messi maluccio...

Etichette: ,

13 ottobre 2007

Parata di chef per i 30 anni dei Ristoranti d'Italia de L'espresso


Eccoli subito qua, i tre “geniacci” della nostra italica cucina: Vissani (omonimo ristorante a Baschi - TR), Alajmo (Le Calandre, Rubano - PD), Pierangelini (Gambero Rosso, San Vincenzo - LI) … ma chissà perché saranno così perplessi?...

Ebbene sì, fino all’anno scorso la Leopolda di Firenze era il regno della guida dei vini; quest’anno quella dei ristoranti ha invaso il campo rubandole la scena alla grande. D’altra parte questo è un momento in cui gli chef sono delle superstar, che ci vogliamo fare?

Un trentennale è sempre un trentennale, soprattutto se la guida dei ristoranti de L’espresso arrivò per prima nel 1979 a rompere il monopolio della “francese” Michelin. Anche Stefano Bonilli, col fido Marco Bolasco, ha reso omaggio con molto fair play ai colleghi andandosi a fare diligentemente la fila all’”accredito”…

[Stefano Bonilli smessaggia...]

I “tre cappelli” (da cuoco) de I Ristoranti d'Italia 2008, ossia i ristoranti da 18/20 in su, sono 13 (25 sono le “tre forchette” del Gambero Rosso). I tre ristoranti in testa sono gli stessi per le due guide, ma mentre con il sistema di votazione Espresso che procede per “mezzi punti” essi sono diplomaticamente appaiati a 19.5/20, per il Gambero Rosso Pierangelini vale 96/100, Vissani 95/100, Alajmo 94/100.

[Enzo Vizzari con il "folletto" Bruno Barbieri, chef del ristorante Arquade presso la stupenda Villa del Quar non lontano da Verona]

La Francescana di Modena raggiunge l’Enoteca Pinchiorri e La Pergola del Cavalieri Hilton di Roma a 19/20, mentre il salto più grosso lo fa, da 17.5 a 18.5/20, Davide Scabin del Combal.Zero che così raggiunge Il Pescatore di Canneto sull’Oglio.

[sei stelle Michelin in amabile conversation: Anne Feolde - Enoteca Pinchiorri ed Antonio Santini - Dal Pescatore]

Rispetto all’anno scorso: -3 “due cappelli" (da 51 a 48), -16 “un cappello” (da 246 a 228); ristoranti con almeno “un cappello”: 56 in Lombardia, 36 in Piemonte, 27 in Campania, 24 in Toscana (ohibo'!!), 20 in Emilia Romagna e Lazio, 18 in Veneto, 13 in Liguria, 10 nelle Marche, 9 in Sicilia… Grande progresso dunque della Campania, ma anche del Piemonte; segnano il passo Toscana, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna.

Ma chi volesse vedere tutti gli chef, clicchi qui sotto: Scabin, Vissani, Alajmo, Pierangelini, Feolde, Esposito, Beck, Santini, Cracco…. tutti insieme appassionatamente!

video

Etichette: , ,

11 settembre 2007

La linea gotica del piccione

Spiaggia di San Vincenzo, brani di un dialogo fra vicini di ombrellone. Coppia presumibilmente piemontese, due figlie. Lui simpaticamente ciarliero, quasi sempre in piedi. Lei un po' musona, quasi sempre seduta; mi dava le spalle, dunque non capivo nulla di quello che diceva.

MARITO: [...] sono stati a mangiare al Gambero Rosso, il ristorante là...

MOGLIE: [...]

MARITO: Ma lo sai quanto costa mangiare in quel ristorante lì?

MOGLIE: [...]

MARITO: 230 euro...

MOGLIE: [...]

MARITO: Ma che hai capito?!... In due!... Tre antipastini... poi il piccione [fa una leggera smorfia e dei gesti con le dita come per disegnare un arabesco]... Che poi a me, già quando mi parlano di piccione... [leggera smorfia di disgusto].


A questo proposito, devo dire che nel tempo mi sono convinto che esiste una "linea gotica del piccione" al di sopra della quale viene considerato un qualcosa di repellente, al di sotto una prelibatezza. Non dimenticherò mai la scena vissuta durante la cena di gala di una edizione di "Vino in villa", manifestazione dedicata al Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene (nel bellissimo castello di San Salvatore, si può leggere qui la vecchia cronaca). Non so per quale motivo lo chef, locale, ebbe la poco felice pensata di eseguire un menu "atipico" per la zona ed arrivò un piatto proprio a base di piccione. Io ero a tavola con delle persone del luogo ed una signora, manco gli avessero portato uno di quegli spiedini di ragni e cavallette che si mangiano in certi paesi orientali, si mise quasi ad urlare: "il piccioneee?! Eh no, il piccione no!".

Insomma, per farla breve, quasi tutto il tavolo rimandò indietro il piatto.

Etichette:

03 settembre 2007

Diario spagnolo/Ultima vuelta per Madrid


Lo spunto per un ultimo giro a Madrid mi viene dato dalla ricerca di un libro edito dalla Editorial Complutense, che è la casa editrice della Universidad Complutense. Dopo non poche ricerche trovo l'indirizzo della loro libreria "ufficiale" che sta, come del resto la Ciudad Universitaria, nel quartiere di Moncloa (dove sta anche il palazzo del governo). In un momento di insana autostima decido di arrivarci "sotto" con la macchina, faccio appena in tempo a capire dove potrei parcheggiare che un errore fatale mi allontana e, grazie anche ad un navigatore che avrà sì e no un ventesimo delle strade di Madrid, "vengo rimbalzato" ad oltre dieci chilometri di distanza. Perlomeno, finisco sotto la nuova "skyline" della capitale spagnola: quattro torri in costruzione di forme diverse (una sembra una bottiglia) che, devo dire, fanno più effetto quando le si avvista da lontano che standoci sotto.

Dopo aver ammirato le simpatiche figure dipinte sulla serranda abbassata della libreria (del resto, cosa ci farebbe aperta una libreria universitaria in pieno agosto?) mi rendo conto, camminando un po', che Moncloa è un quartiere piuttosto "autentico" e con una certa impronta intellettualoide; del resto, vi si avverte la vicinanza dell'università.


Prendo la metro (unica concessione alla pigrizia), arrivo a Sol, e mi fermo a mangiare al Museo del Jamón che sta nella Carrera de San Jerónimo. Ma il Museo è un posto turistico o no?, mi sono chiesto spesso, perché effettivamente ormai per me è diventata una abitudine andarci. Il fatto che sia una sorta di "catena", ossia abbia delle repliche in giro per la città può non farlo considerare il massimo della tipicità. Diciamo che è un buon punto di equilibrio fra il "sai sempre quello che trovi" e un contesto ambientale che ti fa sentire comunque "in medias res". E anzi, qui ci sono molti spagnoli che comprano prosciutto o che sono in pausa pranzo, mentre magari nei posti ultra "topici" vanno i turisti guidati dalle guide.... (ma anche questo non è del tutto vero: forse effettivamente a Madrid la mescolanza indigeno-turista è realizzata ad ottimi livelli).


All'inizio prendevo il bocadillo de iberico (nome completo "jamón de cerdo iberico", la fascia alta dei prosciutti spagnoli che arriva al pata negra, magari proveniente da Jabugo, luogo di allevamento e produzione cult) o la tabla de iberico (un misto di salumi). Ultimamente invece non so resistere quasi mai a los callos, ossia alla trippa, qui accompagnata dai tipici insaccati chorizo (il rosso nella foto) e morcilla (il nero). Di solito il servizio è veloce (mi fermo sempre alla barra), stavolta il simpatico tipo deve gridare stentoreo almeno due volte "vamos con los callitos!" e con l'umorismo confidenziale che si permettono quelli che stanno di stare in luoghi storici e gloriosi (vedi Roma.....) quando me li dà mi dice "aquí tienes los callos, que te me estabas poniendo palidito".


Uno può leggere mille volte le guide, ma niente ti rimane impresso come una osservazione, pur banale, che hai fatto una volta autonomamente. Questo mi è successo quando, proseguendo per questa stessa strada, ho notato per la prima volta come cambiava drasticamente il contesto che mi circondava, passando dal brulichio frenetico delle strade attorno a Sol al clima rarefatto degli improvvisi larghi spazi del Paseo del Prado. Il "triangolo dei musei": questa è la zona (anche) degli italiani, che all'estero (perlomeno a Madrid) grazie al cielo sembrano un popolo ancora interessato all'arte e alla cultura. Qui ci stanno (ovviamente) il Museo del Prado (antichi maestri), il Thyssen-Bornemisza (ne abbiamo già parlato a proposito della mostra sull'ultimo Van Gogh) e il Centro de Arte Reina Sofia (arte moderna e contemporanea).

Centro de Arte, appunto, non semplice museo o pinacoteca: all'originario edificio (nella foto è quello chiaro di fronte), famoso soprattutto per contenere il Guernica di Picasso, è stata aggiunta una parte più nuova, molto bella, che contiene una libreria internazionale, una biblioteca (la si domina dall'alto dalla vetrata a destra nella foto), il café-restaurante gestito da Sergi Arola, dove sono andato a prendere il caffè. Sergi Arola, catalano, scuola Ferran Adriá, è sbarcato a Madrid non molti anni fa e non senza perplessità prese in mano il ristorante La Broche portandolo alle due stelle Michelin. Rassicurato, ha preso in gestione questo complesso al Reina Sofia; ho controllato, da quando ci sono stato a Marzo non è cambiato nulla. Menomale, perché devo ancora scriverne la impressioni.

Poi, sempre a piedi, ritorno alla Gran Via, sosta alla Casa del Libro, poi plaza de España, di nuovo Moncloa. Fine dell'ultima vuelta.



(vista aerea della Castilla nelle vicinanze di Madrid)

Etichette: ,

31 agosto 2007

Diario spagnolo/Pimientos e almejas


Ripesco due fra le cose che purtroppo sono rimaste fuori da questo "diario". La prima non poteva essere dimenticata perché è forse il più semplice ma rappresentativo esempio di "mangiare gallego", ossia i pimentos de Padrón. La seconda è una scoperta di quest'anno, le almejas a la marinera.
I pimientos de Padrón (Padrón è un paese della Galicia) non possono mancare all'inizio di un pranzo o di una cena. Sono i peperoni piccoli e verdi che si friggono e il motto dice che "los pimientos de Padrón, unos pícan y otros no". In realtà sono pochi quelli che "pícan" e quelli a cui capitano sono considerati molto sfortunati.


Una vera e piacevolissima scoperta sono state le almejas a la marinera, ossia le vongole alla marinara; le vongole che hanno una procedura di preparazione di base simile a quella italiana. Nella salsa si mettono olio, aglio, cipolla, alloro, pomodoro e l'immancabile pimentón. Piccolo dettaglio tipicamente gallego: per tirare meglio la salsa si aggiunge farina di mais. Ottime quelle mangiate in un ristorante sulla spiaggia di Razo.

Etichette: ,

24 agosto 2007

Diario spagnolo/"Sua maestà" el percebes


Doverosa premessa: solitamente si associano al mare sensazioni piacevoli, di vacanza e di relax. Ma in Galicia (e forse anche altrove) il mare è anche un nemico, significa lavoro e sofferenza, talvolta tragedia. E infatti spesso ci si imbatte nel monumento al pescatore, ma anche alla vedova del pescatore e, come si vede, ci sono anche i monumenti al "percebeiro". Il patron del ristorante Frantoio, a Montescudaio (PI) era un pescatore e mi ha raccontato di aver pescato con dei gallegos: le peggiori libecciate per loro erano mare calmo.

Per chi va in mare (oceano) il posto più pericoloso è lo scoglio, dove la violenza delle onde può essere fatale. E proprio qui sta attaccato il percebes, la cui pesca è dunque faticosa e pericolosa. Questo determina i suoi prezzi alti: in uno dei paesi "d'elezione", il grazioso San Andrés de Teixido, un chilo "para llevar" (ossia da portare via, anche cotti, ossia bolliti con un po' di alloro) costava 26 euro; in un ristorante della spiaggia di Valdoviño 40 al chilo, a Madrid forse dai 60 in su... Insomma prezzi da grandi crostacei, ma con il vantaggio di essere una di quelle cose "para picar" e "para compartir", ossia per "spizzicare" tutti insieme, una modalità di "convivialità socializzante" molto spagnola e che spesso esaurisce il momento del pasto.


La prima volta che me li hanno messi nel piatto ho pensato: e adesso che faccio? La soluzione è semplice: basta staccare, con movimento rapido e sicuro, la "corazza" nel punto in cui è attaccata all'"unghia". La corazza viene via lasciando scoperto una sorta di muscolo che è quello che si mangia. Solo quest'anno ho scoperto che anche dentro l'unghia c'è qualcosa di buono... Il sapore è quello che può venire riassunto con la formula banale ma forse unica: sa di mare, ossia riesce a concretizzare quell'idea che si forma nella nostra mente quale sintesi dei sapori di pesci, molluschi e dei crostacei, ma anche semplicemente del sapore e dell'odore dell'acqua di mare. (In questo lo accomuno, a livello di sansazioni, all'ostrica)



PS: San Andrés de Teixido, uno dei luoghi d'elezione del percebes, è un grazioso paesino il cui nome è dedicato al protettore dei pescatori. Da segnalare la (forse un po' studiata) scenografia fatta di calce e pietra nelle case e nella bella chiesa, le altissime scogliere, e le roschillas, tipiche ciambelline dolci.

Etichette: ,

20 agosto 2007

Diario spagnolo/Due luoghi cult de La Coruña


La Coruña (A Coruña, in gallego) si estende su di una penisola, o se si vuole su di una lingua di terra protesa verso l'Atlantico, anche se successivamente ha ampiamente invaso l'entroterra retrostante. All'estremità spicca la Torre de Hércules, un faro romano che, sebbene ampiamente restaurato, è pur sempre il più antico ancora in funzione. A differenza di altre città spagnole, qui il recente rapido sviluppo non si è tradotto in grandi opere glamour, ma si è rivolto con attenzione alla qualità della vita della gente: basti pensare alle piste pedonali/ciclabili che sovrastano il mare grazie alle quali si può compiere l'intero giro della penisola (undici chilometri circa), o le basi militari riconvertite in bellissimi parchi. Come molte città marittime, mostra due volti: quello delle vie prossime al mare, e quello più rarefatto delle strade che salgono verso la città vecchia, elegante e piena di belle chiese.


Nel lungomare (l'Avenida de La Marina) spiccano le galerias, coreografiche balconate chiuse con strutture di legno bianco, tipiche di tutta la regione, adatte a catturare la luce spesso non abbondantissina quando non è estate.


Alle nove di sera (vista la longitudine, è ancora pieno giorno), la Calle Real (perlomeno d'estate) è un fiume compatto di gente (di tutte le età: anzi, direi che spiccano alla vista signore anziane, azzimate e avvolte in vestiti formali e dai colori chiari, all'opposto del "folclorico spagnolo" che conosciamo) che si divide poi nei rivoli delle traverse, dense dei luoghi delle tapas. A Plaza Maria Pita, la piazza principale (dedicata alla patrona della città, che non è una santa ma una "laica") classicamente rettangolare e "porticata" sfocia anche la Rúa Franja, la strada dei ristoranti, ideale per abbuffarsi con le classiche mariscadas, impressionanti piatti di crostacei (dalla nécora al centollo, dal buei de mar, langosta, bogavante...), che costano dai 30 euro in su a seconda dei tipi di crostacei che la compogono. E divorare un piatto del genere comporta una pazienza ed una abilità manuale (aiuta molto l'esperienza...) non indifferenti: comunque, non si deve aver fretta.

Al di là di queste solidissime tradizioni, La Coruña possiede due ristoranti con stella Michelin (ce ne sono altri due a Santiago de Compostela e sette in totale in Galicia: siamo lontani dai fuochi artificiali di Cataluña e Pais Vasco): il Playa Club e il Pardo, che a differenza del primo vede il giudizio "ratificato" dalle guide locali e che ha "partorito" un secondo locale, il Domus, ubicato presso il museo antropologico la ("Casa del Hombre") e che gode di una vista spettacolare.

E poi ci sono i posti cult, quelli che conosciuti ed amati da coloro che da sempre vivono in questa città. Ne citiamo due. Il primo non ha nome, è una porta che si apre nella Rúa Torres, una traversa della Calle Real; l'unica cosa che si legge è il "3" del numero civico. Gestito da due sorelle, ha le pareti foderate di poster del "Depor", il Deportivo La Coruña (squadra di calcio "provinciale di lusso" si diceva da noi una volta); è sempre pieno, pochi tavolini, gente assiepata alla barra.


L'offerta, basica, è la seguente:
Ribeiro
servito in caratteristiche tazas:
il Ribeiro è il "secondo vino" gallego. Prevalentemente composto da uve godello è più leggero, delicatamente agrumato, e meno profondo dell'Albariño della denominazione Rias Baixas, ma assai piacevole
queso: quello gallego è vaccino,
fresco, dolce e burroso. Le tipologie sono: queso tetilla (se ne può immaginare la forma), l'Arzúa-Ulluoa, il San Simón (i cui aromi spesso ricordano la frutta secca e la castagna) e il queso del Cebreiro (Cebreiro è una importante sosta del Camino di Santiago, deliziosa località turistica presso Lugo).


empanada: grande specialità gallega, fa parte, detta alla buona, della famiglia delle focacce ripiene. La pasta può essere più "a sfoglia" o più massiccia (in generale quando proviene dal territorio interno) e i ripieni più classici sono a base di: carne, atún (tonno), bonito del norte (una qualità pregiata di tonno), bacalao, xoubas (piccoli pesciolini chiamati anche parrochas).


Il secondo posto è un più classico ristorante, l'O Tanagra,
che sta in Rúa Angel 4 (sempre in prossimità di Plaza Maria Pita). "Especialidad en cocido gallego", come recita la ricevuta della cuenta, ed è un posto in cui si trovano le specialità di Galicia più "povere", ossia non i grandi piatti di crostacei ma, a parte appunto il cocido (ne abbiamo già parlato) che è una sorta di bollito misto e che qui viene servito su un abbondante contorno di grelos (cime di rapa) e patate, ci sono tortillas, pimentos de Padrón, piatti di carne, ma sopratutto il caldo gallego, una zuppa molto aromatica che contiene una componente di carne (el unto, grasso di maiale che viene fatto appositamente irrancidire, costolette di maiale e il chorizo) ed una vegetale, soprattutto fatta di patate e grelos, ma anche spesso di verzas e repollo (cavolo cappuccio).


Etichette: ,

11 agosto 2007

Diario spagnolo/Il "cocido maragato"


Per andare da Madrid a La Coruña, città atlantica che sta nella punta estrema a nord-ovest della Spagna, bisogna farsi sui 600 chilometri. Ma sarà per il traffico blando, la pavimentazione buona, il primo cantiere che si affaccia timido dopo un centinaio di chilometri, insomma si arriva stanchi come dopo 200 chilometri “italiani”. Si percorre l’A6, l’”Autovìa del Noroeste”, in gran parte gratuita (tutto il tratto che percorre la regione della Castilla-Leon), mentre si paga il tratto che interessa la “Comunidad de Madrid” e qualche tratto in Galicia.
Ma il tempo che ci vuole è quello che è, e bisogna fermarsi a mangiare. Stavolta ci siamo fermati a Castrillo de los Polvazares, un piccolo borgo (in via di turistizzazione) prossimo ad Astorga, in Castilla-Leon ma già quasi in Galicia ed inserito nel Camino di Santiago, per cui si vedono spesso "pellegrini" camminare con zainone e bastone. Per inciso, ad Astorga c’è una bella cattedrale e una chiesa firmata Gaudì.


Uno dei piatti tipici di questa regione, la Maragatería, è il “cocido maragato”. Il “cocido” è una sorta di bollito misto, ma il chorizo (il salume aromatizzato al “pimenton”, spezia molto usata in Spagna) gli trasmette un sapore molto particolare e marcante. Di “cocido” esistono diverse versioni (il madrileño, il gallego che è più delicato e si avvicina di più al bollito…) che si differenziano per il tipo di carni incluse. Il “maragato” è quello di questa zona, e si accompagna con il vino della denominazione Bierzo: ci stanno la lingua, la guancia, il lardo, il lacón (la spalla anteriore del maiale), un po' di pollo e l'almodigón, una sorta di canederlo (molto buono!). Da notare poi, nella tradizione, una curiosa inversione nella sequenza delle portate: per prima arriva la carne, poi ceci e verza (che hanno assunto lo stesso sapore della carne; i ceci sono di una morbidezza straordinaria), infine la “sopa”, il brodo dove è stata cotta la carne con una sorta di spaghettini spezzati.



Etichette: ,

07 agosto 2007

Diario spagnolo/Finalmente los caracoles!


Era un po' che cercavo los caracoles, ossia le chiocciole, fra las tapas spagnole. Non spasmodicamente, è vero, ma almeno un paio di volte per esempio avevo ricercato invano un bar attorno a Sol dove mi ricordavo di averle trovate. Sì, perchè direi che non sono affatto frequenti nei banchi anche più riccamente imbanditi. Frequenti sono las tapas di tortilla, di calamares a la romana, di callos (ossia la trippa) a la madrileña (a Madrid, perlomeno), di patatas bravas o al alioli, di jamón o chorizo, di croquetas, ensaladilla rusa, e anche direi di pulpo a la gallega. Ma los caracoles, direi di no.


L'altro giorno, aspettando l'orario del biglietto per entrare nella mostra "Van Gogh. Los últimos paisajes" al museo Thyssen-Bornemisza (vedi relativo post) ho sconfinato nella vicina Calle Lope de Vega, densa di posticini tipici (La Fábrica, la Cerveceria La Dolores, Gambrinus). E da Gambrinus, forse il meno tipico (aria condizionata e poco fumoso...) ecco i miei caracoles, serviti in un brodino delicato....

Etichette: ,

03 luglio 2007

Cena di Gala riuscita a La Ciau del Tornavento

Più di una volta mi sono chiesto se un ristorante, pur grande (nel senso della bravura), possa reggere i grandi numeri. Ossia se, luogo di capolavori per pochi, sia capace di stupire anche in occasioni di cene per molti, seppure, poniamo, con menu fisso. Da una parte c'è chi dice che se si è bravi lo si deve saper essere sempre, in qualsiasi condizione. Dall'altra non mancano i racconti dei disastri di chef celebrati e/o stellati in occasione di cene di gala, cosa che in qualche caso ho potuto anche toccare con mano.

Questa introduzioncina per dire che Maurilio Garol, chef di La Ciau del Tornavento di Treiso (nella foto tra le casse di vino nella sua cantina; www.laciaudeltornavento.it), "autore" il 10 maggio scorso della cena di gala di Alba Wines Exhibition 2007, ha superato la prova egregiamente. A spese naturalmente della complessità dei piatti, ma riuscendo a salvaguardare cotture e, soprattutto, facendo venire fuori la "mano" della cucina.



Tutte buone le "frivolezze dello chef" (il che fa agevolmente perdonare l'ingenuità del titolo) e, lasciatemelo dire, un senso estetico nella disposizione da lasciare incantati e non sapere se, stando nel giardino pensile, insistere con lo sguardo di più sulle curve sinuose delle colline vitate di Treiso o su quelle altrettanto sensuali delle file di bicchierini e cucchiaini.....

Bellissimo il contrasto di consistenze fra cremosità e fragranza delle verdure (evidentemente appena scottate) nel ripieno del Fiore di zucchino farcito di verdurine primaverili con delicata fonduta di Taleggio.

Ineccepibile la cottura del Risottino ai pistilli di Zafferano e polvere di liquirizia, riuscita conciliazione nella disfida tra due aromaticità prepotenti e di solito incontrastate, quella della spezia gialla e della radice dolce... Netti i sapori del Cosciotto al forno cotto nel fieno maggengo con i suoi ortaggi (si noti che la cottura e/o il servizio con il fieno è una vera e propria griffe della casa, famosi sono gli agnolotti del plin farciti al formaggio Seirass serviti, appunto, su nidi di fieno). Infine memorabile il vero e proprio "caos organizzato" costituito dal Gelato alla panna cotta, salsa di cioccolato, quenelle al caffè, chicchi di sale grosso e pepe bianco, che peccato non averlo fotografato... un dolce "senza forma" ma con le architetture dei sapori chiarissime, prive di confusioni né mescolamenti... Complimenti!

Etichette:

20 giugno 2007

I ristoranti mancati

Delle volte ci sono dei ristoranti che, a partire dall'insegna, guardati da fuori mi ispirano fiducia. Una architettura riuscita, un arredamento accattivante, un menu non banale che solletica la curiosità, ed ecco che con un ardito processo di interpolazione mi viene da concludere che ci si mangerà bene. In genere poi non riesco ad andarci e rimane la curiosità mista alla sensazione della perdita di una occasione.

Già il nome, Nerodiseppia, mi piace. Poi "di Eugenia e Patrizia" (Patrizia è lo chef) prefigura una rottura nello schema classico "lui in cucina lei in sala", o viceversa oltre a quello dei "due lui", pure diffuso. Da fuori si intravede un ambiente unico e rigoroso, anche freddino, e proposte quali le mazzancolle su crema di mozzarella di bufala tiepida al basilico sono assai attraenti. Si indovina un conto sui 40-45 euro e sta in Via S. Francesco, 161 a Padova, (tel. 049 8364049).


La Lanterna, a San Vincenzo (LI) sta in una zona di alberghi e appartamenti spostata verso sud, vero e proprio "allevamentificio" intensivo di pupi 0-10. In una località di mare dalla eleganza semplice e alla mano, questo posto raduna quelli che vogliono "versilieggiare" un po', in fatto di mise da spiaggia e atteggiamenti, risultando però alla fin fine un po' fuori fase. Oltre al bagno (inteso come stabilimento balneare), un bar provvidenzialmente fornito e un ristorante. Carino dentro, proteso verso il mare, ha un arredo leggero con accenni marinari e simpatiche conchigliette sparse sui tavoli. Un'occhiata al menu: come accade spesso, i più intriganti sono gli antipasti: cappesante rosolate su vellutata di pesce e mirepoix di verdurine, tortino di Baccalà cucinato alla Sanchez insieme al pomodoro fresco considerato "alla vigliacca" (??), flan di cicorione con fonduta al taleggio; poi l'orzo perlato saltato ai frutti di mare, i ravioli di branzino e zucchine con crema leggera di peperoni rossi... e poi magari i gamberoni al vapore su coulis di porri, o il filetto di orata avvolto da zucchine con timballo di cavolo... Chissà. Conto sui 45 euro. (www.residencelalanterna.it)

Ma poi, va da sé che se uno sta a San Vincenzo ed è dotato di un minimo di "cultura di base" vorrebbe andare al Gambero Rosso. Stavolta ci accontentiamo di "paparazzare" Fulvio Pierangelini mentre arringa a fine serata un tavolo sulla finestra vista mare...

Etichette:

06 giugno 2007

I tortelli miracolosi della Verdiana

Eccolo qui, il piatto migliore che mi sono pappato nella mia maratona ristorantesca: i tortelli ripieni di piccione con mosto d'uva e alloro della Trattoria Verdiana di Montemerano (seguito ad una incollatura dalla crema di yogurt con trasparenza di lampone al Moscato e croccante di riso soffiato della Locanda Giustiniani di Fauglia). Da solo vale una visita, è straordinario per la qualità della pasta fatta in casa, per i toni coinvolgenti del ripieno, e per come l'insieme si fonde voluttuosamente in bocca. Pazzesco, ci deve essere qualcosa sotto, sembra sfidare le leggi della chimica e della fisica; e pensare che quando è uscita l'artefice di cotanto capolavoro non ho saputo fare che generici complimenti...
Invece con il patron, d'indole un pochino pessimista, ho scambiato quattro interessanti chiacchiere. Questi ristoratori (soprattutto quelli che hanno venti e più anni di esperienza) sono veramente disorientati, quasi non sanno più quando prendere le ferie. Aspettano magari un maggio in ripresa e invece si vedono arrivare pochi clienti. Sono spariti gli americani (e con essi le tre pagine di Brunello di Montalcino in carta, però - avviso ai naviganti - c'è una Riserva 1995 di Poggio di Sotto a 68 euri) ma ti arrivano una sera cinque russi che alla fine tirano fuori 2500 euro di cui 2100 di vino (tre top spagnoli, Vega Sicilia Unico in testa, poi un Sassicaia 1997 per provare, ma senza esprimere poi grandi entusiasmi).

Poi, per guadagnarmi le calorie vado a rivedere le tombe etrusche di Sovana, una visita che implica anche delle piccole sgambatine, e mentre mi riposo osservo un romano che decide per una volta di fare il giusto uso del suo gippone e prova a parcheggiare direttamente sul ruscello sotto la Tomba della Sirena.

E per finire, una menzione per La Filanda di Manciano. Posto relativamente recente, fresco, luminoso, anche suggestivo (carino che si arrivi direttamente in sala anche con un ascensore), con i bagni pieni di fiori secchi, il clima impregnato dell'entusiasmo di chi (autodidatta) vuole progredire... ma certo, ormai vanno via sessanta euro come respiri... (mi riferisco ad un menu completo vini esclusi). E secondo me ormai veramente si punta a riempire da pochissimi a pochi tavoli calibrando i prezzi di conseguenza, arrivando allo "zoccolo duro" di una clientela che vuole "divertirsi" e se lo può permettere... Anche se magari, va detto, il menu completo è ormai una cosa da grandi mangioni e che quindi è un indicatore poco affidabile...

Etichette:

29 maggio 2007

Cinque ristoranti

... di qui a sabato. Ce la farò? Non ce la farò? Diciamo che devo farcela, sennò è un casino. Non è questione di stomaco, quello non è mai stato un problema. E' un problema di organizzazione, spostamenti, aperture e chiusure... Ma ho avuto sempre l'ebbrezza dell'ultimo minuto, anzi stavolta non ho neanche traghetti da prendere... E poi ormai ci ho preso gusto, pure troppo... per esempio proprio in questo momento mi stanno trattando bene (ottimi l'insalata di frutti di mare, verdure e crostacei e i tagliolini ai frutti di mare e crostacei, l'orata con le verdure di stagione "montate" sopra è un po' troppo "oliata") e quasi quasi per riprova gli chiedo anche un risotto... Ma insomma, ce la farò o non ce la farò?... Ne riparliamo magari sabato....

Etichette:

17 maggio 2007

Le due novità di Populonia


Due novità ho trovato salendo per il quarto anno consecutivo a Populonia, delizioso borgo etrusco che domina le acque azzurre e cristalline del golfo di Baratti. La prima è che hanno aperto l'Acropoli, una nuova grande area del parco archeologico che fa da pandant alla Necropoli, giù dabbasso in prossimità del golfo medesimo. La seconda è che il ristorante che vado a visitare ha sulla sua porta, unico, un vistoso "bollino" adesivo che indica la presenza nella Guida Michelin 2007. Visto che nella Guida c'era anche l'anno scorso (però la fascia di prezzo è sostanzialmente cambiata, passando da 38/73 a 77/90... povera signora... io consiglierei quei quattro numeri per una quaterna secca) devo dedurre che la Guida per eccellenza ha vinto il suo tradizionale aplomb e, come le nostrane, si è messa anche lei a distribuire gli adesivi che ricoprono le porte di molti ristoranti. Anzi, a dirla tutta, da quello che ho visto giorni fa a La Ciau del Tornavento di Treiso (una stella) mi sa che mandano anche le stelle, delle belle pataccone metalliche con tanto di supporto che serve ad appoggiarle su un piano, fatte a immagine e somiglianza delle preziose effigi che fanno la fortuna di ogni ristorante. A questo punto, un ulteriore motivo per riuscire ad andare a qualche "due stelle" (ma purtroppo mi capita molto di rado) è vedere se hanno dato due patacche o hanno fatto una patacca "ad hoc" per le due stelle (il discorso si può ovviamente estendere alle tre stelle).

Ma basta con le digressioni: il ristorante è un piccolo scrigno (tinte forti alle pareti, tappeti, quadri...) ma su consiglio mi accomodo fuori, in una traversina del corso. Noto un menu e leggo "penne al pomodoro...", la cameriera mi appoggia una tovaglietta stile macellaio e a quel punto io non posso fare a meno di vincere un vistoso imbarazzo e scegliendo malamente le parole dico: "veramente io vorrei fare un pranzo ufficiale...". Lei si scusa, e mi porta fuori l'apparecchiatura che c'è dentro, anche se io le assicuro che non è l'apparecchiatura che mi interessa, ma il menu..... Arriva nel frattempo un gruppo di romani, che però vanno dentro "perché a noi ce piace de sta' comodi". Immediatamente, e con la sicurezza di chi un tempo dominava il mondo, attaccano bottone in un divertente anglo-romanesco ad una coppia di australiani e si mettono a parlare di moto, dal che deduco che sono motociclisti. La loro conversazione sarà un bel diversivo.


Il locale punta molto, e orgogliosamente, su degli sfiziosi antipasti: innanzitutto il carciofo ripieno di moscardini tritati, poi la crêpe ripiena di purea di patate e gamberi, insomma cose che possono stupire. Ma siccome questi antipasti sono quattro-cinque, e sono sempre quelli da quattro anni, io ho abbastanza finito di stupirmi. Comunque, la crêpe è buona. Sono normali gli gnocchi alla rana pescatrice e pomodoro. Quando poi mi arriva il secondo il buonumore di essere in quel bel posto (e che si raggiunge attraversando una strada fantastica) mi fa generare il seguente pensiero, secondo me molto divertente: se queste mazzancolle che vedo nel piatto per miracolo potessero resuscitare, si ritroverebbero a sguazzare non più nell'acqua azzurra e cristallina che ho menzionato all'inizio, ma nel bel giallo dell'olio....

Ma insomma, basta con l'ironia. Grazie di esistere, caro ristorante, che mi hai fatto andare per quattro volte a Populonia!

PS: secondo me per un menu completo vino escluso si spendono sui 50 euro (ma dipende dal pesce che si prende). Se volete provare la cinquina....

Etichette:

06 maggio 2007

La cinta senese al supermercato


Confesso di avere sobbalzato quando negli scaffali di un supermercato ho visto evidenziato un settore dedicato ai salumi da maiale di Cinta Senese che, ricordiamo, è una razza recentemente recuperata e il cui allevamento, a quanto so, è sottoposto a regole piuttosto rigide. Il risultato è che i prodotti che se ne traggono sono considerati di pregio, ed effettivamente hanno sapori intensi, fonte di grande godimento per il palato. Il mio stupore derivava forse dal fatto che avevo sempre incontrato questi prodotti in manifestazioni enogastronomiche, accuratamente presentati.... e trovarli al supermercato mi ha dato una strana sensazione. Ma bando agli snobismi e largo alla curiosità! Fra pancette, lardi, finocchione, scelgo un semplice salame, che, leggo, ha l'imprimatur del Consorzio di Tutela del Suino Cinto Toscano. Ma dopo l'imprimatur, leggo anche che il detto salame contiene, fra gli ingredienti, conservanti e saccarosio... C'è qualcosa che non torna?

Etichette:

12 aprile 2007

Le coccole de "Le coccole"

Di recente, facendo un "coast to coast" verso le Marche, mi sono fermato per pranzo a "Le coccole dell'Amorosa", che è il ristorante della Locanda dell'Amorosa vicino Sinalunga (SI). Beh, non c'è che dire: è uno di quei posti in cui uno si tira dietro una porta immaginaria, ed esce dal mondo "normale" per entrare in uno "speciale". Quella che era una struttura agricola completamente indipendente oggi è un piccolissimo borgo "privato", con piazzetta, la cappella di fronte, a destra una fuga di portici e arcate. Continuando si arriva alla campagna (non manca naturalmente la piscina), ed alle vigne dalle quali si trae un buon sangiovese aziendale (sentito il '99, evoluto ma piacevole).
Con un nome così, le coccole sono (o dovrebbero essere) la norma, ma si amplificano se si è soli nel locale, che è di quelli accoglienti, elegantemente rusticheggianti, con tanta pietra e mattoncini alle pareti, legno e volte a botte nei soffitti. E dopo la bella e cordiale voce femminile che accoglie la prenotazione la prima vera coccola arriva con i pani e grissini fatti in casa; la seconda con lo "stuzzichino" pre-antipasto: un pecorino fresco biologico che viene da Trequanda, e che profuma di latte crudo "che tira in terra", direbbero in Toscana. Poi la terrina di cavolfiore ed erbette di campo (molto buona), poi i raviolotti al prosciutto con crema di patate (troppo saporito il ripieno) e poi un bel piatto di agnello, abbondante e dal quale potevano dunque essere omesse alcune parti un pochino coriacee. Infine il semifreddo al croccantino con crema di caffè......
E poi, fuori, a far foto su foto... le Marche possono aspettare!
(www.amorosa.it; un menu completo senza vini sui 55 euro)

Etichette:

29 marzo 2007

Stelletta nella pausa pranzo

Ieri (nella pausa pranzo) visita ad una (controversa) "stelletta" toscana. Sulla breccia da 36 anni, per molti versi demodé. Innanzitutto nel'architettura e negli arredi, che fanno pensare a qualcosa che era all'avanguardia magari negli anni '70. Piante disposte strategicamente lungo le finestre per far pesare meno il contesto non proprio bucolico. E poi: molto illuminato (oggi vanno i posti semibui), un "responsabile di sala" veramente tale, una cortesia quasi imbarazzante e un tripudio di "permesso, posso, grazie (che le posso servire altro vino), andava bene", ecc. ecc. Non solo: non essendoci "il pieno" (ma neanche il vuoto!) ed essendo stato riconosciuto magari come cliente nuovo, mi viene generosamente concesso di "assemblare" in un menu degustazione scelte fatte alla carta... E la mezza bottiglia di chardonnay di un blasonato Castello toscano, sospetta di tappo, prontamente cambiata (menomale, era veramente "peso") con una di Jermann, decisamente meglio. Concludendo? Una cucina che non stupisce ne' emoziona, ma diciamo così, affidabile e per niente spiacevole...

Etichette:

05 marzo 2007

W la mamma in cucina!

Ieri, pranzo domenicale in quel di Montescudaio, bel borgo della provincia pisana meridionale. Visto il sole, tutti al mare!, e ristorante quasi tutto per noi. Quindi nessuna ansia per il bimbo vivace (che peraltro ad un certo punto si ficcherà trionfante in bocca praticamente intero il fegato del coniglio ai carciofi e se lo trangugerà tutto...) e clima famigliare. Schema classico: figlio sommelier, ciarliero, appassionato di vino, pieno di iniziative, e madre in cucina che fa capolino di tanto in tanto. E che cucina! Punto ideale di incontro fra "casalinghità" che inevitabilmente (e volutamente) rievoca le tradizioni, e correttezza di esecuzione; fra nettezza dei sapori e decisione dei toni, e in più la voglia di presentare bene le cose. Per calmare la fame arriva subito il "bordatino" (minestra "di recupero degli avanzi" a base di polenta con verdure e legumi), poi l'involtino di lonza di maiale al pecorino, i cappellacci al ragù di gallo e pinoli o gli stupendi ravioli ai carciofi con ripieno alle tre carni, la "scottiglia" (cacciucco di terra con carni variabili a seconda della stagione), il coniglio ai carciofi.... Ristorante-Enoteca Perbacco, Viale Vittorio Veneto 30, Montescudaio (PI), tel. 0586650321

ps: silenzio, parliamo piano che sennò quelli della Michelin se ne accorgono!

Etichette:

16 febbraio 2007

Viva il branzino rollé ecc ecc...

L'altro giorno, un menu completo in poco più di un'ora... niente male, no? Un grazie all'efficienza della cucina e del servizio (ma questo meno, eravamo tre "solitari" a pranzo), e un grazie al gestore per la sua educazione e discrezione esemplari... Senza voler sembrare degli orsi, ma quante volte sono uscito dal ristorante con il collo dolorante, perché siccome uno mangia da solo, poverino, allora deve essere tartassato di chiacchiere?
Comunque: bene, bene... e un piatto delizioso: il branzino rollé con porri e farcia d'astice dorato su verdurine sauté in salsa di molluschi e crostacei (vedere la foto, purtroppo bruttina). Sproloquio del nome a parte, elaborare con giudizio nella cucina di pesce si può! (Ristorante Bagatelle, Cecina Mare - ristorante-bagatelle.it)

Etichette:

31 dicembre 2006

Vini sabini (di nuovo)

Ormai qualche anno fa, dedicammo un articolo ai vini della provincia di Rieti, la cui qualita' e' stata spesso messa in dubbio, come in dubbio e' stata la vocatura del territorio sabino. Da allora ad oggi e' successo che una azienda si e' guadagnata addirittura una scheda sull'ultima edizione della guida Gambero Rosso-Slow Food. Trattasi della Tenuta Santa Lucia (info sul bel sito www.tenutasantalucia.com), 45 ettari nel comprensorio di Poggio Mirteto alle pendici del Monte Soratte, territorio vergine per la vigna. La chiave usata per aprirsi la strada verso la qualita' si chiama Franco Bernabei, quello di molti vini di riferimento della Toscana (Vigna del Sorbo di Fontodi, Fontalloro di Felsina, Vigneto Bucerchiale di Selvapiana...). Nei vini rossi sentiti si sente la sua mano attraverso l'eleganza, il perfetto equilibrio del rovere, la trama impeccabile... In particolare, l'Otio 2003 (blend di montepulciano, cabernet sauvignon e merlot; l'altro e' stato il Collis Pollionis Rosso, sangiovese e montepulciano piu' un saldo di merlot) e' vino di compostezza esemplare, con un frutto perfettamente delineato ma non ingombrante, ne' grasso ne' magro, e con un finale dal tannino straordinariamente fine.
E con questo, tanti auguri a lettori e bloggatori!

Etichette:

21 dicembre 2006

Verticale a Castello di Bossi


Qualche giorno fa a Castello di Bossi verticale del merlot Girolamo. Azienda situata nella zona meridionale del Chianti Classico (Castelnuovo Berardenga), fu impostata da Tachis (che nel frattempo plasmava anche la "nordica" Rampolla in quel di Panzano) sia in vigna (vedi appunto vitigni francesi) sia in cantina. Marco Bacci è simpatico, ci sa fare nelle pubbliche relazioni ("guidaioli" presenti ai massimi livelli), abita in un posto da sogno ed è sinceramente convinto che i suoi vini siano buonissimi. L'energia e l'entusiasmo non gli mancano, e sta mandando a regime altre due aziende: Renieri a Montalcino (uscirà nel 2008 il primo Brunello, il 2003, per ora ci sono i Supertuscan Re di Renieri e Regina di Renieri) e Terre di Talamo in Maremma. Per farla breve sul Girolamo, tanto seguiranno note più ampie: discreto il 1997, buonissimo e molto chiantigiano il 1999, stranamente appesantito il 2001, insospettabilmente lieve il 2003.

Etichette:

19 dicembre 2006

Quando chiude un ristorante...

Il titolo è vagamente reminiscente di liriche cocciantiane ... Si, insomma, ci sono tanti ristoranti che languono con uno o due tavoli occupati ogni volta che ci vai e stanno sempre li'. E poi ci sono ristoranti che sembrano (e sono) vitali, tutto sembra scorrere normale, magari non sono simpaticissimi e se la tirano un po' ma che ci si puo' fare... Stanno "nel puto centro" (direbbero in Spagna) in mezzo ai banchi del mercato, in tutte le guide (a parte la Michelin, ovviamente). Poi ci passi e vedi i lucchetti alle porte. Alla decima volta pensi: ma questi stanno sempre chiusi? Sbirci, e vedi i tavoli malinconicamente accatastati. Chiedi e apprendi che hanno chiuso. Perche'? Boh! Insomma, La Mescita, in via Cavalca 2 a Pisa, ha chiuso.

Etichette:

07 dicembre 2006

Stelle che si spengono

Sfogliando la edizione 2007 della Guida Michelin, apprendiamo che due stelle Michelin si sono spente nel firmamento della Toscana: una, abbastanza storica, quella dello Scacciapensieri di Cecina. Devo dire che avevo io stesso delle perplessità da qualche anno (anche esplicitamente espresse su supporti cartacei) e quest'anno la Guida de l'Espresso gli aveva abbassato il punteggio da 15 a 14/20. La cosa curiosa è che una delle motivazioni (la "generosa" dose di timo sulle triglie alla livornese) si è propagata intatta negli anni... Il patron del locale è un personaggio mitico, o ti piace o no, e non si riuscirà mai a strappare una critica dai suoi giovani successori, come lo Zazzeri della Pineta di Marina di Bibbona o quelli di Bagatelle, sempre a Cecina: "è un maestro". E Aldo Buonazia non se ne avrà a male, visto che circola la leggenda che ad un ispettore Michelin abbia detto più o meno: io in vita mia ho avuto decine di auto, e la prima cosa che ho sempre fatto è togliere le gomme Michelin e montarci le Pirelli...
L'altra stella è quella di Ninan di Carrara. Qui il mistero è fitto: è letteralmente scomparsa dalla guida, mentre continua ad esistere e ad essere ben valutata altrove... Boh, alla "Rossa" sono stranucci... delle volte sembra abbiano una visione cristallizzata (e talvolta fuori centro) delle zone, e poi all'improvviso "scartano". È successo anche con il bel Capo Nord di Marciana Marina.....

Etichette:

24 novembre 2006

Gelosi dei propri vini?

Per due volte, e ravvicinate tanto da farmi venire in mente di scrivere questo post, mi e' capitato di partecipare a visite/eventi promozionali di aziende per poi scoprire che non mi (ci) avevano fatto assaggiare il vino di punta. Ora, qui non si offende nessuno, ma se uno organizza un evento promozionale pagando fior di quattrini, perche' mai poi non apre una (due) bottiglia(e) del suo vino migliore davanti ad una platea si presume qualificata (e all'uopo invitata)? Per entrare nel dettaglio, in Sicilia, in occasione di Degustivina, visita a Calatrasi. Il titolare e' un affabulatore che tiene inchiodata l'attenzione e fa riempire i taccuini. Segue degustazione, alla quale partecipa anche il "re dei degustatori italiani", uno che ti azzecca i valori dell'acidita' e degli zuccheri residui d'un vino con l'errore del 10% dopo averlo appena appoggiato sulla lingua. Alla fine, si scopre che manca il "Magnifico d'Istinto". A domanda, succinta ed evasiva risposta negativa. Ieri, a Firenze, presentazione dei vini di un'altra azienda siciliana, Lanzara. Da soli tre anni sulla piazza, ansia di farsi conoscere, pranzo immagino costosetto, e non solo per il conto. Il re degli assaggiatori stavolta non c'era, ma insomma per la piazza toscana c'era un bell'assortimento. Torno a casa e mi accorgo che non abbiamo assaggiato il Terre dell'Istrice. Qui, silenzio assoluto, meglio non dire quale e' il nostro vino migliore: che si sia gelosi dei vini come delle belle donne?

Etichette:

30 ottobre 2006

Una giornata al Salone del gusto

Dalla sala stampa del Salone del gusto, fra giornalisti sfiancati... Questo Salone del Gusto, a dieci anni dal primo e che coincide con i vent'anni di Slow Food, ha sfondato al terzo giorno il traguardo dei centomila visitatori, anche se va detto che questa giornata di lunedi' e' stata molto tranquilla e piena di gente sanamente curiosa e golosa.

Etichette:

Vini vivi o... ?

Dal salone del gusto di Torino

Appena sbarcato dalla navetta e accreditatomi, subito il primo dubbio: "Agricoltura e vini vivi in Francia" o "Cerdo ibérico e Cinta senese: suini vincenti"? E pensare che mi ero detto: niente laboratori del gusto...
Ps: a giudicare dall'affluenza, vanno molto di più i suini..

Etichette:

23 ottobre 2006

Ecco perché si chiamano "tre bicchieri"

Per non lasciare discorsi in sospeso, o riferimenti rimasti a mezz'aria, diciamo perché i "tre bicchieri" sono stati scelti come simbolo dell'eccellenza vinicola per la Guida del Gambero Rosso-Slow Food. Premettiamo però, perché anch'essa evocata, una piccola recensione informale di "Memorie di una assaggiatore di vini" di Daniele Cernilli, Edizioni Einaudi-Stile Libero, pagg. 198, euro 12. Il libro sostanzialmente si compone di due parti, la prima, breve, più autobiografica; la seconda è una descrizione delle più importanti zone vitivinicole italiane e mondiali, trattate comunque anch'esse con stile personale e modulate da ricordi personali, giudizi, pensieri. Alla fine, oltre ad un breve "metodo" per la degustazione, i "50 vini da sballo" e i vini da portare sull'Arca. Proprio qui c'è un ammirevole spunto di sincerità, quando Cernilli afferma di aver assaggiato solo tre volte il Romanée-Conti del Domaine de la Romanée-Conti (tre annate, '85, '88, '99). Viene da riflettere pensando che il re dei nostri assaggiatori si è dovuto magari accontentare di molto meno di un qualsiasi riccastro in giro per il mondo che non ci sta neanche a pensare tanto su...
Detto questo, torniamo alla prima parte del libro. Cernilli, giovane laureando in filosofia con il grande Ugo Calogero con il quale condivise le prime riflessioni "enoiche", subisce il "riflusso" e "passa da Hegel a Veronelli, dal Noumeno al Barolo e dalle barricate alle barriques"; poi la passione per il vino, coltivata nelle enotece romane, e il giornalismo enogastronomico, dove fu instradato proprio da Veronelli. Ma una giorno del novembre del 1986 avviene la svolta: riceve una telefonata di Stefano Bonilli, membro della appena sciolta (per motivi... legali) redazione di "Di tasca nostra" (ve la ricordate?) che su imbeccata di Edoardo Raspelli gli propone di partecipare all'avventura di un supplemento di enogastronomia da realizzarsi (a costo rigorosamente zero) sul Manifesto, che si chiamerà Gambero Rosso. Da lì partì tutto, poi l'incontro con Arcigola (poi Slow Food), la guida dei vini....
Concludendo, veniamo finalmente al punto: con una bottiglia di vino si servono, in media, sei bicchieri. Supponendo di essere in due (che bere da soli è molto triste) se il vino è molto buono si finisce la bottiglia e si bevono tre bicchieri a testa. Se è un po' meno buono due a testa... e così via.
Quest'anno, come saprete, la premiazione e degustazione dei "tre bicchieri" avverrà nel corso del Salone del Gusto di Torino, domenica prossima 29 ottobre.

Etichette:

Gualtiero Marchesi e l'incauta intervistatrice

Visto oggi, su Gambero Rosso Channel, in occasione dell'autocelebrazione/premiazione delle tre forchette della Guida dei Ristoranti 2007. Dialogo tra una intervistatrice, piuttosto incauta, e Gualtiero Marchesi:

Intervistatrice: Gualtiero Marchesi, da quanti decenni fa questo lavoro?
Marchesi: L'anno prossimo compio 60 anni, ma non di età, di lavoro.
Intervistatrice (con malriuscita ironia): E come mai ci ha messo così tanto a conquistare le "tre forchette" della Guida Ristoranti del Gambero Rosso?
Marchesi: Non ci ho messo tanto io, ci hanno messo tanto loro a capire.

Etichette:

18 ottobre 2006

Porcini & porcini

I porcini, in questi giorni, al mio mercato cittadino, stanno a 20 euro al chilo. Un po' di piu' quelli con un "bonus" territoriale aggiunto: porcini della Garfagnana, 24 al chilo, porcini dell'Abetone, 22 euro al chilo. Poco fa, passando per la strada, vedo cassette di porcini enormi, belli. Il tipo e' convincente, li spezza per far vedere che sono bianchissimi. 8 euro al chilo. Vengono dalla Spagna. E' dura, poi, tornare al mercato...

Etichette:

09 ottobre 2006

A proposito di "tre bicchieri"

Scrivendo il post precedente mi sono chiesto: chi saprà perché per la Guida Gambero Rosso-Slow Food i tre bicchieri sono stati scelti come simbolo dell'eccellenza? Io non lo sapevo, fino a quando (poco tempo fa) non ho letto l''autobiografia" di Daniele Cernilli...

Etichette:

14 settembre 2006

Ma serviamo a qualcosa?

Spesso si sente dire che la stampa specializzata ha avuto un ruolo determinante nel trasformare in una moda diffusa quello che prima era solo una ricerca per pochi: la ricerca della qualità.

Abbandonata l'usanza di mangiare e bere solo per riempirsi la pancia siamo tornati a cibarsi per il gusto di farlo. Ma ne siamo proprio sicuri? Siamo sicuri di servire veramente a qualcosa, o che invece la nostra non sia che una marginale reistenza contro la cancellazione di ogni capacità critica che tanto piace al libero mercato, quello che ci considera tutti polli da ingozzare (e spennare)?

Da non molto tempo un supermercato vicino alla mia abitazione si è rinnovato, è diventato un iper (parlo di una azienda molto conosciuta...) e ha aggiunto varie sezioni, tra le quali un bel panificio pasticceria dove si possono acquistare prodotti appena sfornati.

La pasticceria in particolare va per la maggiore. La domenica mattina (l'iper è ovviamene aperto) si fa la fila per portarsi a casa un bel vassoio di mignon o una torta alla frutta. Per non parlare dei compleanni dei bambini, dove il vassoione di bignolini comprati al.. ...... non manca mai.

Bene, ho avuto occasione di avere davanti un bel vassoietto di bignè misti, cannoli (diti come diciamo in Toscana), zuppette, ecc. ecc. L'aspetto era invitante, ma già al tatto si percepiva qualcosa di strano... il bigné era un poco molliccio, e il cannolo non era croccante, ma della stessa costituzione del bigné, e ... e la pasta sembrava sempre la stessa per qualunque preparazione.

All'assaggio poi, i colorati ripieni avevano tutti un sapore simile, qualunque fosse la loro presunta appartenenza, cioccolata? nocciola? crema? Sapore simile e catalogabile con un solo aggettivo: dolce, visto che altre proprietà non si percepivano.

Insomma, un insieme molliccio di pappine dolci, probabilmente costruite con qualche preparato industriale (sia per la pasta sia per i ripieni), e neppure buone. Non un prodotto più economico ma di qualità leggermente inferiore a quello che si può acquistare in una buona pasticceria, ma qualcosa di proprio totalmente diverso, e difficilmente mangiabile, se non per fame, credete a me!

E allora? Noi stiamo a preoccuparci che un vino fatto con i trucioli magari non è male organoletticamente ma non rispetta il territorio, mentre le persone sono talmente disabituate a una sana esperienza organolettica che si mangerebbero anche i trucioli?

Concludo: capisco che la fine del mese è lontana da arrivare, sono perfettamente cosciente dell'impoverimento che abbiamo subito in questi ultimi anni, ed è vero che già che sono al supermercato faccio prima a comprare le paste lì piuttosto che fare sosta in una pasticceria... ma se proprio vogliamo fare i polli, mangiamoci pane bagnato e zucchero, che la soddisfazione sarà maggiore!

Etichette:

25 luglio 2006

Sono cinquant'anni che facciamo questo lavoro! Peccato che non si veda...

Piccolo ristorante in un grazioso piccolo borgo della Maremma. Alt! Non e' Caino... Ma insomma, ben valutato dalle guide. Diciamolo subito: all'inizio sbaglia tutto. Attesa interminabile prima di un antipasto di salumi di Cinta senese, ossia di non esasperata elaborazione. Nel frattempo arriva un pre-antipasto, e ci si guarda in faccia un po' perplessi. Un pre-antipasto non ha piu' senso dopo una lunga attesa, meglio tenerselo e passare oltre. Il servizio prosegue sullo stesso tenore, un mezzo disastro.

Ma questo non sarebbe nulla. Quello che fa uscire dai gangheri e' l'aria paternalistica di chi accoglie con un moto di rimprovero uno che si rifiuta di ingurgitare un chilo e due di carne una sera caldissima d'estate. ("che vole che sia una bistecca di un chilo e due..."). E poi per mettere le cose a posto, il fatidico "noi lavoriamo qui da cinquant'anni". E chi se ne frega, e' anche peggio, cinquanta anni buttati! E' come un pianista che alla fine di un concerto nel quale non ha azzeccato una nota si alza e dice: "ma io faccio questo mestiere da cinquant'anni!". Cinquant'anni di lavoro servono per non farti accorgere di quello che sta dietro una "normale" buona prestazione, servono per far apparire il grande risultato come normale e naturale!

Concludiamo: vabbe' che la cucina maremmana e' sapida, ma tutto quel sale, in piatti che sarebbero stati anche piuttosto buoni... insomma, suvvia, mezzo punto in meno sul punteggio della guida Espresso.

PS: ue', indovinatemi un po' il ristorante!

Etichette:

20 luglio 2006

Com'è andata la vendemmia... 2006?

Ci possiamo segnare la data sul nostro diario: oggi, 20 luglio, c'è stato il primo commento sulla vendemmia 2006 (Ansa delle 10.58). Sarà quantitativamente importante (+6% rispetto al 2005, sui livelli del 2004) e qualitativamente buona. Ogni volta sorridiamo di fronte ai giudizi che si danno da agosto/settembre in poi, prematuri e sistematicamente smentiti e comunque senza senso perché generici, ma questa volta ci sembra sia stato battuto un record...

Etichette:

10 luglio 2006

Quanti gradi!

Fa caldo, cosa c'è di meglio di un bel bianco fresco... per l'occasione un friulano. Un bicchiere per aperitivo, con gli amici. Poi mi alzo e ... mamma, che botta alle gambe? Giro la bottiglia: 14,5 gradi alcolici! Sommateli ai 35 di temperatura e la pressione (venosa) precipita.

Si sa, è un po' un effetto secondario, non è che si cerchi per forza l'alta gradazione, forse una volta lo si faceva, ma oggi invece si tira quasi a barare, a calare quel mezzo grado in etichetta. Un effetto secondario dicevo, sì: "il vino si fa in vigna!" l'abbiamo sentito dire tante volte, e in effetti piccole rese per ettaro, pochi grappoli per pianta, vendemmia verde, tutto contribuisce a rendere i nostri vini più sapidi, più pieni, più corposi e, immancabilmente più alcolici.

Certo, l'equilibrio non manca, alcol e acidità si bilanciano alla perfezione e quando il vino lo bevi va giù che è una meraviglia, ma dopo? Ho in cantina un Malbech argentino... 16,8 gradi! In Italia non si potrebbe neppure chiamare vino.

Oramai, quando vedo un vinello da 12, 12 gradi e mezzo, il cuore mi si apre e mi prefiguro una bella sorsata rinfrescante, senza conseguenze.

Lancio quindi un appello ad agronomi e enologi: si può fare nulla? Siamo proprio destinati a ridurre la taglia del bicchiere per poterne bere più di uno? Non c'è modo, così come ci stiamo liberando di legni modaioli e troppo ingombranti, di vini palestrati e indigeribili, di avere vini buoni e non superalcolici?

Etichette:

25 giugno 2006

Estirpare i vigneti!

Mentre domina la scena la discussione sui trucioli, forse converrebbe spostare l'attenzione sull'ultimo pronunciamento del Commissario UE per l'agricoltura Fischer Boel che dice più o meno: il vino europeo è il migliore del mondo ma ormai cronicamente non si vende tutto quello che se ne produce. Non si può continuare a ricorrere ogni anno alla distillazione, quindi la cosa migliore è il ritorno degli incentivi per l'estirpazione dei vigneti....

Etichette:

22 giugno 2006

Se potessi avere...

Dalle mie parti aprono un nuovo ristorante. Proviamolo!

Bellissima ambientazione, i locali si snodano intorno e sotto al fortilizio delle vecchie mura. Contrasto moderno antico molto curato, bel giardino per le cene estive.

La filosofia del posto, secondo il titolare, è quella di dare un servizio di alto livello a prezzi per tutti.

Un test veloce, prima del cinema:

due antipasti, due primi, mezza bottiglia di Rossj-Bass Gaja, acqua, stop

non si mangia male, si mangia normalmente, come in tanti altri posti che si vogliono dare un certo tono, stop

100mila lire a testa, stop

se potessi avere 100mila (euri) al mese... li spenderei altrove

p.s. si cena fuori molto meno, e si parla di crisi della ristorazione, ma se i ristoratori sono impazziti sarà anche colpa loro

Etichette:

14 giugno 2006

Chips, trucioli e staves ???

Senza commento, un comunicato stampa:

La liberalizzazione dei materiali alternativi da utilizzare nel vino:
chips, frammenti di legno, trucioli, staves


Martedì 13 giugno, nella palazzina Uzielli di Vinci, si è tenuto un dibattito sulla liberalizzazione dei materiali alternativi da utilizzare nel vino, come chips o trucioli. Relatori la Dottoressa Antonella Bosso, ricercatrice dell'Istituto di Asti per l'Enologia, e gli enologi Stefano Ferrari, responsabile ricerca, sviluppo e qualità del laboratorio Isvea di Poggibonsi, Riccardo Pucci, membro dell'Associazione Enologi Enotecnici della Toscana, e Claudio Gori, titolare di Vino Vigna. All'incontro hanno partecipato diversi produttori vitivinicoli di Vinci e Cerreto Guidi. Il discorso è nato dall'esigenza dei produttori di conoscere meglio chips, trucioli e staves, attualmente al centro di un ampio dibattito. Di fronte allo scetticismo ed alla preoccupazione dei produttori locali, la dottoressa Bosso ha portato alla conoscenza di tutti gli ultimi dati emersi dalle trattative in merito. Il discorso è ripreso quindi considerando le esigenze attuali di mercato. Gli aspetti presi in esame dagli enologi Riccardo Pucci e Claudio Gori hanno sottolineato come, grazie agli alternativi, si possa arrivare a quel "gusto internazionale", capace di sbaragliare una concorrenza attualmente ampia ed agguerrita. Dal punto di vista puramente tecnico, l'enologo Stefano Ferrari, ha seguito il percorso della qualità dei prodotti alternativi, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che ne deriveranno. La parola, infine, è stata presa anche dal sindaco di Vinci, Dario Parrini, che ha manifestato la propria preoccupazione al riguardo. "Negli ultimi quindici anni- ha detto il primo cittadino di Vinci- la politica nei piccoli territori ha teso a trovare sul mercato mondiale elementi di distinzione. Per questo motivo, in una zona come la nostra, utilizzare trucioli, chips o quanto altro, potrebbe essere un movimento rischioso che porta in sé il germe della massificazione."

Etichette:

09 giugno 2006

Trucioli, gomma arabica, zucchero e cotillons

Il web (e non solo) è in tumulto, tutto d'un tratto ci siamo resi conto che nel vino ci mettono (mettiamo?) di tutto. La giusta polemica antitruciolo ha portato alla ribalta quello che tutti più o meno sapevamo, che gli adittivi (di sintesi o naturali che siano) nel vino ci sono sempre andati a finire, con un crescendo impressionante in quest'ultimo decennio.

Sarà stata la concorrenza del nuovo mondo (dove i regolamenti enologici sono assai più laschi), la globalizzazione, la rivincità del vino industriale su quello dei vigneron che aveva tirato il rilancio post metanolo... sarà stato quel che è stato, ma mi sembra assia giusto che la bolla sia scoppiata.

Bisogna però anche dire che questo non è un problema solo del vino. Non c'è praticamente prodotto alimentare lavorato che non contenga adittivi, ed è veramente difficile stare alla larga da antiparassitari, fitofarmaci, conservanti e inquinanti vari. I legislatori, e quelli europei in particolare, a cui abbiamo incautamente affidato le sorti della regolamentazione alimentare, sono assai più sensibili alle sirene multinazionali che ai lamenti di chi li ha votati (Un esempio? Leggete questa notizia fino in fondo!)

Ma perché allora proprio nel vino tutta questa indignazione? Forse perché il culto del buon bere, cresciuto in maniera forse persino eccessiva negli ultimi anni, ha creato una massa di appassionati e cultori esigenti e attenti, tanto da spingere chi fa il vino a nascondere tutta una serie di pratiche che farebbero arricciare il naso agli enofili. Tutte pratiche legali, sia ben intenso, non sto parlando di adulterazioni, violazioni di disciplinari od altro, ma solo dei tanti adittivi che legalmente e abitudinariamente vengono utilizzati nella vinificazione.

L'argomento è vasto, e vi rimando agli articoli apparsi ultimamente su Wine Surf o su laVINIum, tanto per far due esempi. Da parte mia vi racconto solo un aneddoto.

Lo scorso fine settimana L'AcquaBuona ha organizzato la terza edizione di Orizzonti e Vertici, manifestazione dedicata quest'anno ai vini friulani. La cosa come saprete è andata anche molto bene, ma voglio fare un salto indietro di qualche mese, all'epoca in cui, oltre a contattare i vignaioli, cercavamo anche qualche sponsor. Tra gli sponsor tecnici ebbi l'occasione di parlare con una primaria azienda che produce prodotti per la vinificazione (lieviti, tannini, ecc.). Il rappresentante dell'azienda, appena conosciuto il tipo di evento, un banco d'assaggio con la presenza dei vignaioli, non mi fece neppure continuare: "mi dispiace, ma la tipologia dei nostri articoli NON è adatta a tale tipo di manifestazione; in molti storcerebbero il naso se presentassimo i nostri prodotti insieme alla bottiglie di vino. Noi siamo presenti alla fiere più tecniche, a quelle dove si mostrano apparecchiature da vinificazione, ad esempio, ma dove ci sono le bottiglie non ci possiamo far vedere..."

Dove ci sono le bottiglie c'è il vino, ma quello che serve a crearlo, quel vino, è meglio non farlo sapere!

Ahinoi...

Etichette:

28 maggio 2006

Vinoterapia?

La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: "le inventan proprio tutte!", ma voi cosa avreste pensato leggendo quando riporto sotto?

Listino prezzi 2006 per la Vinoterapia in Beauty Farm:
  • Scrub viso con polvere di bucce d’uva Euro 15.00
  • Scrub corpo con polvere di bucce d’uva e vinaccioli Euro 35.00
  • Impacco corpo con schiacciata d’uva e miele biologico Euro 40.00
  • Bendaggio corpo con vino rosso Raboso del Piave Euro 40.00
  • Maschera viso con polvere di vinaccioli Euro 20.00
  • Massaggio corpo con olio di vinaccioli Euro 40.00
  • Massaggio corpo con grappa bianca di Prosecco Euro 40.00
  • Idromassaggio con il vino ed estratti di bucce d’uva Euro 100.00
    (Immersione con 60 litri di vino*)
  • Bagno turco con olii essenziali Euro 20.00
  • Aromaterapia al Moscato Euro 10.00
  • Tisana Gratis

La seconda cosa che mi ha fatto ridere è stato che la tisana la danno gratis... e infine: ma una bella bevuta di vino in listino non c'è?!

Etichette:

07 maggio 2006

Dove comprano i Maîtres à penser 2

Bene, un commento ai commenti non mi bastava e così riparto con un nuovo post e osservo subito che fare la spesa sembra ancora essere una incombenza femminile, almeno a vedere dai commenti ricevuti, dove spicca un solo maschietto (tra l'altro invitato direttamente a dire la sua).

La grande distribuzione è arrivata tardi in Italia, ma è arrivata pesantemente, e paradossalmente in maniera più incisiva in quelle regioni che ideologicamente avrebbero dovuto esserle ostili, in quanto simbolo del consumismo transatlantico. L'Emila Romagna è forse ad oggi la regione italiana più vistosamente sconciata (anche urbanisticamente) dalla presenza di super-iper-ultra mercati e centri commerciali.

Servirsi o non servirsi ai centri commerciali (perché poi è di questi che stiamo parlando, che il supermercatino in centro non era ed è che un negozietto un poco più ampio) non è ormai più una scelta. I negozi piccoli spariscono e se si deve prendere l'automobile per andarli a cercare tanto vale fermarsi all'iper. Sul fatto che dietro a questo fenomeno vi siano anche scelte politiche non esenti da interessi economici non possiamo soffermarci e comunque non è di questo che voglio parlare.

Anch'io condivido il senso di malessere di rosso fragola quando entro in un centro commerciale, alimentare o meno. Mi ritrovo talvolta a vagare senza aver chiaro cosa devo comprare e mi accorgo che alla fine il presunto vantaggio di tempo nel far la spesa tutta in un solo posto svanisce tra ricerche infruttuose e file alla cassa (per non parlare del percorso automobilistico). Anche io come cannella utilizzo i supermercati quasi solo per gli alimenti standard: zucchero, farina, biscotti industriali, saponi, ecc. Anche io ho macellai e pescivendoli di fiducia, e per le verdure la fortuna di abitare vicino a contadini che vendono al dettaglio. Ma, a parte queste note personali, voglio esaminare meglio alcuni aspetti della grande distribuzione.

Qualità: certo, non si può negare che la grande distribuzione sia sinonimo anche di qualità ma, in campo alimentare, della qualità in questa accezione ne farei volentieri a meno. Si parla infatti di "qualità industriale", "qualità di processo", "rispetto degli standard qualitativi", insomma di tutte quelle cose "certificabili" da cui sembra non si possa più scappare. A me sinceramente sapere che la linea di produzione dei pomodori pelati tal dei tali è cetificata "ISO non so quanto" non dà una soddisfazione così grande. Preferirei piuttosto conoscere che tipo di pomodori sono andati a finire in quei barattoli, se erano stati scelti perché gustosi o solo perché economicamente convenienti. La qualità della grande distribuzione non può che essere quella dell'appiattimento e dell'annullamento del legame con la terra. La qualità della grande distribuzione NON è la qualità di cui parliamo noi.

Salute: è vero rosso fragola, non ci si può fidare ciecamente del prodotto comprato all'origine, ignoranza o supponenza possono portare il contadino a utilizzare più pesticidi del dovuto, e anche per la verdura presa dal campo ci vorrebbe un rapporto di fiducia con chi la cresce. Non molto tempo fa però ho letto il risultato di una ricerca fatta sul contenuto di pesticidi residui in verdure comprate nella grande distribuzione oppure nel mercato locale. Mi dispiace non poter dare il riferimento esatto, che non ritrovo, ma il contenuto medio di pesticidi era regolarmente più elevato nel prodotto comprato al supermercato. Se del contadino non ci si può sempre fidare è vero che la produzione industriale non può fare a meno dei pesticidi: un dubbio contro una certezza.

Prezzi: il sapone, lo zucchero, l'acqua minerale del supermercato costeranno sempre meno di quelle dei piccoli mercati e negozi, ma lo stesso non è sempre vero per verdura, frutta, pesce. La grande distribuzione infatti ha una maggior rigidità di prezzo, legata a pianificazioni di periodo lungo a alle grandi quantità di merce che vengono acquistate, così non può sempre seguire le forti fluttuazioni che hanno, ad esempio, le verdure o il pescato, nei momenti di forte produzione. Le fragole a fine maggio, i pomodori ad agosto, li troverte probabilmente a un prezzo inferiore sui banchi del mercatino che al supermercato. Certo, chi vuole pomodori a dicembre, ciliegie a Natale e zucchine a febbraio faccia pure, il supermercato, regno della destagionalizzazione, offirà i prezzi migliori, ma qualità e salute a quel punto saranno già dimenticate.

E poi, e poi... e poi mi fermo qui altrimenti sto post diventa un libro.

Etichette:

15 aprile 2006

Alimentazione: dove comprano i Maîtres à penser?

Saremo anche sotto Pasqua, ma i centri di grande distribuzione alimentare, quelli che una volta erano i supermercati e che ora il prefisso super non basta più, sembrano veramente sempre più affollati. Mentre facevo la mia coda un paio di giorni fa mi è capitato di riflettere sulle abitudini mie e di alcuni miei colleghi "enogastronomi" in fatto di acquisti.

Scriviamo di cibi e vini particolari, di bontà della materia prima, di territorialità e poi... dove facciamo la spesa? Oddio, non è mica detto che al supermercato la qualità sia sempre peggiore che nelle botteghe, però di sicuro difficilmente al supermercato troveremo qualcosa che sia locale, artigianale, territoriale. Sì, sì, qualche volta capita, i supermercatisti seguono le tendenze, anche quelle modaiole, e così tra un bancone e l'altro ecco che spunta quella pasta particolare, l'olio di quella piccola azienda, e così via. Ma insomma, il grosso, la frutta, la verdura, la carne, non sono certo meno che "industriali".

E noi allora? Se penso alle persone che conosco meglio, quelle che so dove fanno la spesa, vedo una tendenza verso la grande distribuzione maggiore di quella che riterrei giustifica pensando a quello che scriviamo e professiamo. Le ragioni di questo sono probabilmente molteplici: la mancanza di tempo, l'effettiva difficoltà di ricerca di cibo come si deve, ragioni economiche, certo, e forse anche quella sensazione di indipendenza che dà il fatto di potersi scegliere il cibo da soli, senza la tavolta imbarazzante relazione col "bottegaio di fiducia".

E che fate voi? Cosa faranno i veri Maîtres à penser?

Lancio questo argomento nella blogsfera, ma non senza prima affermare con decisione che dovremmo tutti passare dalla semplice professione di fede all'agire politico, e che ciò coinvolge anche la modifica del proprio comportamento, visto che l'opposto, il predicare bene e razzolare male, è di certo una delle più grandi piaghe del tempo nostro, e non solo in campo alimentare...

Etichette:

05 aprile 2006

Ricordo di Tibor Gal

Venerdi mattina, a Vinitaly, ho un appuntamento con Helga Gal, e le consegnerò un DVD.

L'ho conosciuta poco tempo fa alla cena di gala di Sicilia en Primeur. Quando ho visto il cartellino "Mrs Gal" e ho poi saputo che era ungherese (lavora per la televisione tematica Tv Paprika, tvpaprika.hu) ho pensato "Gal deve essere un cognome comune in Ungheria". E poi ho pensato anche che l'avevo già vista da qualche parte. Parlando, raccontava della situazione dei paesi dell'Est, della prima volta che vide un autogrill, del primo impatto con la campagna italiana, nella zona di Livorno... Ma sì, è ovvio: Ornellaia, Tibor Gal. È la sorella di Tibor Gal. Tibor Gal, bravissimo enologo (ha firmato grandi Ornellaia), è morto l'anno scorso in Sud Africa per un incidente stradale. E allora mi ricordo: avevo visto Helga e Tibor Gal in una trasmissione del Gambero Rosso Channel ("I protagonisti del vino", moderata da Fabio Rizzari). Glielo dico, e ricordavo bene. Al che lei mi chiede se conosco qualcuno del Gambero Rosso Channel che possa darle la registrazione di quella trasmissione. Io penso: vuoi vedere che quella registrazione ce l'ho io? Ma non lo dico di certo, non essendo sicuro.

E infatti ce l'ho: da neofita della parabola riempii al tempo una cassetta di "Protagonisti del vino" che sono riuscito a estrarre da qualche scaffale. Ho passato la cosa su DVD e venerdì la do ad Helga, che mi ha scritto: "È una bellissima notizia, quella che mi hai scritto. Anche se ho una po' d'ansia: come sarà quando rivedrò questa ripresa vecchia di mio fratello, che ora non è più con noi?"

Etichette:

01 aprile 2006

Succo d'uva o succo di legno?

Sul Cronista del Vino, il collega Giuseppe Poli lancia una provocazione: L'UE ha reso legale la pratica di aromatizzare i vini tramite l'uso di trucioli di legno. Che male c'è, dice Poli, a fare il vino con i trucioli? Si tratta di una pratica che può comunque risultare utile, sui vini a basso prezzo, per contrastare la concorrenza internazionale, specialmente quella di quelli stati dove la truciolatura è permessa.

A noi sembra che la corsa al ribasso qualitativo a cui le istituzione europee fanno spesso ricorso (chi si ricorda la cioccolata, il grano tenero, ecc. ecc. ?) sia solo funzionale agli interessi delle grandi multinazionali alimentari, e quindi esprimiamo la nostra contrarietà a una pratica della quale non vediamo alcun aspetto positivo, anche perché di vino che sa di legno invece che di uva se ne fa già anche troppo utilizzando le normali botti... almeno i trucioli risparmiateceli!

Etichette:

23 marzo 2006

Proprio buono il vino della pornostar

Apprendiamo dal sito del Corriere della Sera (corriere.it) che il vino della pornostar Savanna (Sogno I 2004, blend di cesanese, montepulciano e sangiovese, firmato Roberto Cipresso) è stato molto apprezzato dalla critica: in particolare, "si è classificato novantesimo nella classifica annuale dei migliori vini formulata da uno dei più famosi e esperti enologi del mondo, Robert Park.". Ora, vagli a spiegare che Robert Park è in realtà Robert Parker, che non è assolutamente un enologo ma un critico (ossia i vini li giudica, non li fa). Ma anche il compianto Veronelli era definito in continuazione enologo, anche quando morì: "è morto il grande enologo Luigi Veronelli". A proposito, ma perché questo vino è tanto buono? "Parker ha definito «Sogno I» «un vino notevole di eccezionale complessata e carattere»". Capito??

Etichette:

22 marzo 2006

Potenza dei vini veri!

Spulciando le categorie di Enolitech (il Salone collegato a Vinitaly e dedicato alle "tecniche per la viticoltura, l'enologia, e alle tecnologie olivicole ed olearie") si incontrano le voci più misteriose: andanatrici, cimatrici, erpici, impolveratrici (?), sarchiatrici.... E tutte hanno almeno un espositore che le rappresenti. Ma si vada alla categoria "prodotti chimici per l'enologia": la si troverà desolantemente vuota.

Etichette:

17 marzo 2006

Il Barolo 2001 di Bartolo Mascarello

Insomma, il Barolo 2001 di Bartolo Mascarello, recensito su uno degli ultimi numeri di Wine Spectator da James Suckling, corrispondente dall'Italia della rivista, ha meritato il seguente commento: "Very funky. Smells like a warm room with two wet dogs in", ossia "Proprio stravagante. Puzza/odora come una stanza calda con due cani bagnati dentro". Ce lo segnala un giustamente furibondo Franco Ziliani nel suo blog. Ora, io purtroppo non ho avuto occasione di assaggiare il Barolo 2001 di Bartolo Mascarello. Non essendo un "guidaiolo" posso cogliere le occasioni che si offrono alla stampa specializzata o al pubblico, e purtroppo li' lo si incontra raramente. E mi rammarico di non essere andato in azienda per sentirlo "alla fonte". Ma non è questo il punto. Il punto è lo stile e le parole che si usano. Anche se secondo il proprio naso/palato (che può essere peraltro messo in discussione) il profilo di un vino può non essere "ortodosso" (e nel caso di questo vino sembra strano visto che tutta la critica nostrana non lo ha messo in evidenza) la prima cosa da fare è aspettare (ma magari non è possibile se si hanno decine o centinaia di campioni da sentire). E poi usare delle parole che rendano l'idea, come "naso sfuocato, impreciso", eccetera. Ma lasciatemi dire: non da tutti ci si può aspettare la leggerezza delle parole...

Etichette:

15 marzo 2006

Dio benedica il vino sfuso!

Confesso una cosa: amo il rischio enologico. Quando vedo una damigiana, o una bottiglia senza etichetta, non resisto: devo provare. Cerco emozioni forti. Quanti bidoni ho preso la scorsa estate in Croazia, dove ad ogni spiazzo sulla strada c’è un contadino con un folcloristico banchetto e la scritta “VINO”, dio solo lo sa. Eppure non resisto. Devo provare. E qualche volta mi va bene! Come ieri sera, che mi sono imbucato in un incontro-aperitivo-cena elettorale in favore di uno dei due candidati alle prossime elezioni. Non dico per chi era la raccolta fondi, ma vi do un indizio: l’aria era allegra e casalinga, il cibo era fatto in casa e c’era in giro tanta mortadella. E un paio di irresistibili damigiane. Di quelle con il tubo da soffiarci dentro e il rubinettino in fondo. Fantastico. Offerte da tal Brambilla, Dio glie ne renda merito. Non ho potuto resistere: ho subito proteso il mio bicchiere di plastica verso la damigiana del rosso. Mamma mia, da quanto tempo...! Un rosso di quelli con gli attributi, dal gran colore, bei profumi, un mangia e bevi con il classico residuo zuccherino a mille, come piacciono ai vecchietti delle osterie, come piacciono anche a me, quando sono sinceri così! Ogni tanto la lunga ricerca viene appagata. E quindi avanti, ci sono ancora moltissime damigiane da scoprire!

Etichette:

13 marzo 2006

Vino italiano rovesciato per le strade di Francia

"Languedoc-Roussillon: vino italiano e spagnolo rovesciato nelle strade da gruppi di vignaioli francesi": abbiamo trovato trovato questa notizia e la abbiamo riportata nel nostro osservatorio. A parte che su teatronaturale.it, non ci sembra di averla vista altrove, tantomeno nelle agenzie o testate di diffusione nazionale, eppure ci sembra una cosa assai importante. Anche perché, senza ricominciare con provincialissime dispute nazionali, consente di apprendere che la crisi del vino in Francia è uguale o superiore che qui da noi. E viene recepita con maggior disperazione, e con l'ardore tipico dei cugini transalpini.....

Etichette:

23 febbraio 2006

Prototipi

Un'agenzia di stampa, riportando la notizia che alla vendemmia 2005 del Nobile di Montepulciano è stata assegnata la valutazione delle 4 stelle, ha proseguito informando che i giornalisti hanno potuto poi degustare i prototipi della suddetta vendemmia.

Etichette:

16 febbraio 2006

Vent'anni fa lo scandalo del vino al metanolo

L'altroieri un bell'articolo di Nicola Dante Basile sul Sole 24 Ore, di fredda chiarezza, ha rievocato lo scandalo del vino al metanolo di venti anni fa. Vale la pena riportarne qualche brano. "Vent'anni fa l'Italia scoprì ... che i Ciravegna, i Fusco, i Baroncini e diversi altri fabbricavano il vino con il bastone. Un "vino", cioè, fatto con miscele di liquidi e alcol metilico sintetico inodore usato per lacche e vernici... che i cinici sofisticatori avviarono alla distillazione, allora ben remunerata a Bruxelles. Non paghi di ciò, gli autori di quell'intruglio pensarono pure di poterlo deviare all'imbottigliamento... In tutto furono una sessantina le aziende coinvolte, secondo le indagini coordinate dalla Procura di Milano. Che in capo a cinque settimane fce piena luce sullo scandalo dai risvolti tragici per la vita umana (22 i morti accertati) accompagnati da gravi danni di un settore che da alcuni anni aveva cominciato a dare segni di grande vitalità. Solo l'anno prima l'export italiano era cresciuto del 17% in quantità e del 20% in valore... E il 1986 si chiuse con una contrazione del 37% degli ettolitri e la perdita di un quarto del valore incassato l'anno prima. Per gli 800mila vignaioli e le 11mila imprese non poteva andare peggio."
Ma poi, come si sa, c'è stata la rinascita, che ha preso le vie che tutti sappiamo: miglioramenti in vigna, nuove tecnologie in cantina, il rifiuto delle doc, la riforma delle doc, la nuova critica enologica... Ma leggendo il brano riportato sopra non può che non venire una curiosità: come sarebbe andata senza lo scandalo? In fondo le esportazioni erano in una fase di boom, e il settore in espansione. Come sarebbe evoluto il vino italiano? Che strade avrebbe preso?

Etichette:

10 febbraio 2006

Rare e bienfaisante

Ieri sera ho avuto il mio primo incontro con una carta delle acque. Acqua minerali, si intende, al ristorante. Una decina di etichette diverse. Acque italiane, gallesi, francesi... Bottiglie semplici o fantasiose, alcune firmate da stilisti alla moda. Accanto una breve descrizione e gli abbinamenti: carne di manzo e formaggi stagionati, oppure pesce, verdure... Ho anche scoperto che non si dice liscia se è senza bolle, bensi "piatta".

A casa io bevo l'acqua del rubinetto, e non posso nasconderlo: ero perplesso. Anche col vino si esagera, ma forse spendere soldi e risorse naturali per mandare a giro bottiglie di acqua per il globo è eccessivo...

Per la cronaca abbiamo bevuto una Wattwiller, 3,5 euro al mezzolitro, direttamente dai "monts des Vosges", buona (!?)

P.S. Non vorrei che anche il locale dove si trova la carta venisse associato a questa mia critica. Anzi, ve lo consiglio. Officina Rossi a Pietrasanta. L'ultima volta che c'ero stato era una vera officina meccanica. Le due figlie hanno deciso la svolta, e l'officina si è trasformata in un curatissimo ristorante, con un effetto per me assai spaesante. Buona cucina, innovativa con garbo, e prezzi più che onesti vista la classe del locale e in era post euro. L'aperura risale a pochi mesi fa e così resta qualche dettaglio da mettere a posto, specialmente nel menu e nella carta devi vini, ma lo sforzo delle due ragazze nell'arredamento e nella caratterizzazione del locale è veramente da ammirare, fino nei minimi dettagli... forse persin troppo, fino alla carta delle acque!

Etichette:

07 febbraio 2006

Il vino (ri)fa bene

La giusta passione, che è diventata presto moda, per il vino di qualità ha beneficiato ben presto di un solido supporto "salutistico": infatti il vino, in particolare il rosso, contiene una sostanza, il resveratrolo, che è stata dimostrata benefica a vari livelli. Recentemente però ci è parso di cogliere una certa stanchezza in queste tesi. Ad iniziare dalla trasmissione Report dedicata al vino, si è messo in risalto che il vino contiene comunque alcol, una molecola dannosa per il nostro organismo, senza se e senza ma, mentre le piccolissime quantità di sostanze eventualmente benefiche darebbero vantaggi trascurabili. Ma è di qualche giorno fa la notizia proveniente dalla Normale di Pisa, lanciata dall'ANSA, poi ripresa da altre agenzie e infine da La Repubblica, che rilancia in pista il resveratrolo come agente anti invecchiamento non solo per organismi i elementari, ma anche per vertebrati complessi quali un certo pesce che soffre di patologie da invecchiamento simili a quelle umane. Sarebbe utile una sintesi che sia più chiara possibile...

Etichette:

28 gennaio 2006

W i mercatini di quartiere!

Sabato 28 gennaio, Quarto Oggiaro, quartiere periferico di Milano
Fuori c’è la neve alta, prendere la macchina è un’impresa; come fare per andare a fare la spesa? Il centro commerciale stamani risulta impraticabile. Ho deciso: vado qua sotto, al mercato di quartiere. Non ci entro spesso , perché... non ci vanno in molti... e poi non c’è tutto l’assortimento del supermercato...
Ma stamani mi ricredo, eccome: tutti hanno fatto come me: c’è gente, tanta gente nel mercatino. I piccoli negozi, quelli col bancone rialzato e tutta la merce esposta, con quell’aria retrò e quell’impostazione familiare, sono tutti presi d’assalto dalla gente di qua. Non solo le vecchie signore col carrellino, ma operai col bambino in braccio, mamme, mariti e mogli insieme per una volta alla settimana a far compere...
E i banconi sono quelli che piacciono, che mettono allegria: verduraio, panettiere, macellaio, salumiere, piccola alimentari, microscopico bar, macellaio equino, gastronomia, formaggeria...
Qui sì che si respira! Il caos della grande distribuzione oggi tace. Questa nevicata ci ha fatto bene: c’è un chiacchericcio allegro nell’aria, gente che non si è mai incontrata stamani si dà il buongiorno e si scambia una battuta. Il panettiere, di buonumore per la mattinata ricca (ha quasi finito tutto il pane che aveva) ordina un vassoione d’aperitivi; ecco che arriva il barista contento a sua volta, e fa lo slalom fra la gente con in mano coppe di forme curiose e bevande dai colori impossibili...
Dal macellaio equino c’è gran ressa: stamani fa delle salsicce di cavallo speciali, conciate con peperoncino e finocchio, che solo a vederle maneggiare viene da leccarsi i baffi.. L’altro macellaio risponde col savoir faire coi clienti, si destreggia coi coltelli e incanta le vecchiette, che comprano un sacco di carne per i familiari, certe costatine, certi ossobuchi, e carne di vitello tenerissima e speciale. Certo, i prezzi non sono stracciatissimi, ma la qualità rispetto ai supermercati è un’altra cosa... e poi se vuoi fare il brasato come Dio comanda, e vuoi il cappello di prete, e solo quello, puoi trovarlo solo qui, insieme ai consigli per cucinarlo al meglio.
Ci voleva la neve per farcelo capire. Che i piccoli mercatini di quartiere devono sopravvivere, che la piccola distribuzione è la spina dorsale e l’anima del mangiare bene. E che sono una ricchezza sociale per tutta la comunità.

viva i mercatini di quartiere!

Etichette:

17 gennaio 2006

Il Gambero perde colpi?

Primi giorni dell'anno; vado in edicola, come ogni inizio mese compro il Gambero Rosso.
Voglio vedere di cosa si parla, qual è l'argomento principale. Eh? ma ho sbagliato mese?
Mi hanno rifilato il numero di dicembre? Un cielo stellato in copertina, un tappo di spumante a mo' di cometa e il titolone che annuncia: UN BRINDISI TUTTO ITALIANO.

Ma siamo a GENNAIO! Ormai i brindisi son finiti...
Sono "arrivati lunghi" coll'articolo? No, uno strillo in basso parla della "Fuga di capodanno" Ma come, adesso anziché anticipare le tendenze, le si posticipa?
Va bene, è chiaro che il mensile è in edicola qualche giorno prima dell'inizio mese, ma la cosa a me sembra, più che una stravaganza, un segnale di una certa stanchezza del Gambero.
Il Gambero perde colpi ultimamente.
A cominciare dallo spessore: da una foliazione media di 210 pagine nel 2004, il 2005 ha visto scendere il numero delle pagine verso quota 120-130 . E non era tutta pubblicità, la quota eccedente.
Certo, non è periodo di vacche grasse. Ma la stanchezza propositiva si vede nel numero degli articoli proposti, nella loro forza. In questo numero gli articoli portanti, quelli che, supportati dai redazionali e da tutto il corollario necessario e ricorrente ogni mese, dovrebbero creare l'attrattiva di un numero, sono solo 3. Il resto è pure importante, ma dovrebbe essere la normale amministrazione, l'ossatura che però è inutile senza i muscoli, senza il sale della novità e dell'indagine giornalistica.
Rimangono però i paginoni degli editoriali: due, più uno di contrappunto.
Benissimo il contrappunto di Luciano Di Lello, utile per sapere nomi e cognomi su vini importanti (forse troppo importanti), ma cosa dire dei due editoriali dei due condirettori?
Io dico due parole, e scusate l'insolenza: CHE BARBA!
Cribbio, ormai i discorsi sul caro ristoranti li sentiamo dappertutto, il problema dei disciplinari troppo benevoli coi furbi lo conosciamo da tempi remoti, che la Toscana sia diventata carissima sotto tutti i punti di vista, grazie dell'informazione.... e poi i film sul vino dell'anno passato, quanto clamore, e poi che il giocattolo della crescita dei prezzi s'è rotto...
Grazie mille, ma dal Gambero ci aspettiamo di più.
Più ricerca, più progettazione, più giornalismo. Il Gambero deve essere più avanti. Se a gennaio mi parla di spumanti e di cenoni, buonanotte.
Più cura e anche meno refusi. A leggere certe pagine c'è da fare lo slalom tra gli errori di stampa, e non dà una bella impressione di autorevolezza.
Gambero, il pubblico da te vuole essere riconquistato in qualità di lettore più che in qualità di consumatore distratto!

Etichette:

16 gennaio 2006

Vitigni internazionali

Vitigni internazionali/1
"Il primo ministro Silvio Berlusconi ha spedito martedì al suo collega svedese 24 bottiglie di vino italiano, per aiutarlo a recuperare dall'aver dovuto bere vino inglese durante il summit dell' Unione Europea della settimana scorsa. Il Primo Ministro britannico Tony Blair ha ospitato il summit a Bruxelles ed ha offerto al Primo Ministro svedese Goran Persson ed agli altri ospiti vino bianco e rosso gallesi. "Persson era così inorridito (aghast) dai vini inglesi che ho promesso di inviargli alcuni dei nostri vini," ha detto Berlusconi ad un gruppo dei giornalisti stranieri, aggiungendo che avrebbe spedito 24 bottiglie di Cabernet Sauvignon. [Agenzia Reuters, 21/12/2005]
Vitigni internazionali/2
"Quando a New York la temperatura è così mite, ci sentiamo tutti più romantici. Oggi, mentre passeggiavo per il Central Park durante la pausa pranzo, ho visto uno scoiattolo e un topo mano nella mano. Che tenerezza… Avete sentito che i 12, 15 milioni di topi di New York hanno iniziato ad accoppiarsi con gli scoiattoli? Gli scienziati hanno cominciato ad avere qualche sospetto quando hanno visto un topo bussare a un albero con una bottiglia di Chardonnay…"
[David Letterman Show, dal sito Dagospia]

Etichette:

29 dicembre 2005

Dove sta il Volo Rosso?

Il suo occhio un tantino minaccioso si apriva e si chiudeva in molti portali internet, per non parlare dei paginoni sui giornali. Grande operazione commerciale, tanti vini schiacciati in un'unica etichetta. Ma oggi, in un grande supermercato, ho dovuto faticare ed accucciarmi per scovare le bottiglie con l'occhio. Regola o eccezione?
Riccardo F

Etichette:

21 dicembre 2005

Vinitaly?

Da un lancio ADN Kronos via Yahoo! Finanza - 20 dic 13:46

Fiere: Galan, In Veneto Il Sistema e' Morto
''Io considero morte le fiere del Veneto''.

Non e' che ci dobbiamo preoccupare per Vinitaly??
Riccardo F

Etichette:

Si avvicinano i brindisi festivi

Bollicine, bollicine. Ce ne sono per tuti i gusti. In prima pagina sulla rivista abbiamo oggi una scelta inconsueta: la Cairette de Die, spumante francese vinificato all'antica (con il metodo ancestrale, come dicono oltralpe). Ma certo in Italia non mancano buone scelte per brindare, che siano metodo classico (Champenoise) o metodo Charmat, tante sono le bollcine italiane.

Una sola preghiera: non bevete Champagne o Spumante secco sui dolci! Questi vanno bene a tutto pasto, reggono anche piatti di carne, ma sui dolci abbinate vini dolci. Un Moscato d'Asti o uno dei tanti altri frizzanti e dolci che si producono un po' ovunque in Italia, siano essi a base di moscato, malvasia, brachetto o altro.

Tutte le volte che mi offrono un millefoglie insieme a un bel calice di Brut mi vengono i brividi!

Etichette: