acquabblog

Il BLOG de L'AcquaBuona, rivista enogastronomica nella rete, è uno spazio per dialogare, per parlare sì di vino ed enogastronomia, ma anche per divagare, uscendo dai limiti rigidi della rivista. Per gettare sassi nello stagno, per ascoltar la vostra.

08 aprile 2008

Verso Verona



Sabato 5 aprile. Da Milano, in viaggio verso Verona.
Dal treno le Alpi sono ancora meravigliosamente innevate. Verso Verona. Qualche giorno fa un pesce d’aprile dava il famoso balcone di Giulietta in vendita. E da pochi giorni è anche uscito in edicola l’Espresso, con le notizie che conosciamo.
Verso Verona. Verso il Vinitaly. Il viaggio, ogni anno, è quasi un rito, un pellegrinaggio atteso e temuto. Contiene - per me - aspetti fissi, da rispettare quasi in modo scaramantico: la fibrillazione dei giorni precedenti, la levataccia, il treno, il panino per “mettere fondo”, la calca che troverò a Porta Nuova...
In treno ho il tempo di riflettere un po’. Cosa andrò a cercare quest’anno al Vinitaly?
“Treviglio, stazione di Treviglio...”
Faccio pensieri divisi per regione, come gli stand che mi attendono. Ripercorro i tragitti degli anni scorsi, finisco per domandarmi che cosa ho scoperto, relativamente al vino, in quest’anno passato. Quali aspetti, quali notizie. Ah, le notizie... Per certi aspetti siamo ossessionati dalle notizie. Per uno strano motivo se ne ricercano sempre di nuove, si abbandonano temi non ancora approfonditi per buttarsi a seguire nuovi filoni di notizie.
Dal treno, veder passare i campi mette pace. E allora provo a chiedermi qual è stato il fenomeno che nel settore del vino mi ha colpito in quest’ultimo anno, dallo scorso Vinitaly.
A bruciapelo risponderei: l’universo dei blog.
“Brescia, stazione di Brescia...”
I campi lasciano spazio alla periferia urbana e agli snodi ferroviari, una metafora - per difetto - della Rete e del suo traffico d’idee. I blog si sono rivelati un grande strumento di conoscenza sul mondo del vino: veloci, anarchici, problematici e contraddittori. La Rete consente infiniti percorsi, consente di conoscere e di pensare molto, a costo dello sforzo di non prender nulla per scontato. Il bello sconcertante della Rete è che non esiste la verità assoluta. Penso ai blog, e intanto sul treno sale un gruppo di signori in uniforme da sommelier.
Verso Verona, anche loro, verso il Vinitaly.
I bolgger e i sommelier. Via, verso Verona. Ricominciano i campi: a grano sono verdi, a granturco adesso sono appena seminati. Cosa cerchiamo? Cosa andiamo a cercare? sarebbe bello, al di là del vertiginoso roteare di calici che ci attende, chiedere a ciascuno: “Ma tu, cosa cerchi? Cos’è per te il vino? Perché ti coinvolge questo mondo?”
Fuori dai finestrini passa un’acciaieria. Tubi di dimensioni gigantesche, forme inconsuete, come bottiglie giganti, poi si supera la prima collina: Desenzano, e all’improvviso a sinistra appare il Garda. Verona si avvicina.
I sommelier, i blogger, la rete. Provo a buttare giù a memoria i nomi di alcuni blog o blogger che mi hanno interessato: Rizzari-Gentili, due luci colte e affidabili, il milanese borbottante e panciuto Paolo Marchi, Leonardo Romanelli, tra spunti interessanti e un po’ di mondanità, le problematiche sempre aperte di Acquabblog, e poi la grinta di Consumazione obbligatoria, la lotta continua di Franco Ziliani...
Fuori compaiono le prime vigne, da Milano a questa parte. Finalmente. Peschiera del Garda.
Verso Verona. A cosa penseranno le hostess dei grandi stand del Vinitaly quando servono il vino a schiere di degustatori infervorati, appassionati, estasiati? Mi ha sempre commosso il loro sguardo attonito e conciliante. La settimana prima magari presentavano macchinari industriali a compassati imprenditori.... E adesso hanno davanti gli infervorati del mondo del vino: giudici seriosi, brigate di sommelier felici, ragazzi in cerca d’impossibili Sassicaia, coppiette timide, dannati esperti, semi-esperti, rappresentanti coi piedi gonfi.
La Rete poi ne parlerà per mesi, del Vinitaly. I telegiornali forse fino al lunedì successivo.
Forza, verso Verona.
Il treno ora è pieno. A Porta Nuova scenderanno tutti di fretta. So già che la fila ai taxi sarà lunghissima, che gli autobus saranno strapieni.
Ci separeremo alla stazione per ritrovarci sul piazzale davanti alla Fiera.
Lì la mia adrenalina ogni anno sale. Dopo il biglietto, so che sarò in coda trepidante.
So benissimo cosa proverò al varco d’ingresso, quando spunterò finalmente nel piazzale, con tutti gli stand davanti: paura.
Ogni anno oltrepasso i cancelli e il rito si rinnova, la solita domanda: “..e ora, da dove comincio?”
Ecco la Fiera. Dei balocchi, delle vanità, delle passioni. Avanti, verso Verona.

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01 novembre 2007

Folli(s) per i dolci

Tangenziali e risaie. Già. Ma oggi più risaie che tangenziali. Nel cuore della pianura del riso, Vercelli, una piacevolissima sorpresa dolce. Passeggi nelle vie del centro e non puoi fare a meno di voltarti di scatto quando una vetrina d’inizio novecento propone una graticola piena di meravigliosi marrons glacés abbelliti se possibile da fiori di viola glassati anch’essi. Non puoi non entrare, se poi noti accanto gelatine di mela cotogna, praline di cioccolata, una vistosa torta chiamata “tartufata”, e i biscotti speziati classici vercellesi, i bicciolani.
Ma vedi anche un vassoio di dolcetti imbiancati di zucchero a velo, chiamati pane d’inverno. Dovendo scegliere cosa provare, ho letto gli ingredienti e non ho avuto tentennamenti: volevo quelli.
Pane d’inverno: marroni in pezzi, farina, uovo, albume, nocciole Piemonte, spezie (cannella, chiodi di garofano e forse altro), zucchero vanigliato.
Buonissimi!! Sorprende soprattutto la complessità e la durata in bocca. Forma simile ai toscani ricciarelli, la speziatura li avvicina invece al panforte, ma i marroni il deciso sapore delle nocciole ne fanno qualcosa di assolutamente originale. Davvero complessa e assolutamente piacevole la successione delle sensazioni al palato. Un dolce meraviglioso. Un grattacapo l’abbinamento enologico, se non esistesse un altro miracolo di complessità che si chiama Barolo chinato.Vale la visita a Vercelli: Follis, corso Libertà 164, Vercelli.

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15 marzo 2007

Dinamiche evolutive

4 marzo 2007. Per un’occasione speciale tiro fuori dalla cantina una bottiglia che ritengo di una certa importanza: Cottanera Grammonte 1999 (merlot in purezza prodotto sull’Etna). L’avevo comprata appena messa sul mercato, riposta in cantina sotterranea e dimenticata per un po’ di anni. O perlomeno, più che dimenticata, volutamente risparmiata per vedere la resa col tempo. Il Grammonte 99, una delle prime annate di questo vino, aveva ricevuto all’uscita giudizi entusiasti dalla critica. Da qui il mio rispetto per la bottiglia. All’apertura, ho arricciato il naso: il colore era rimasto intatto, ma l’alcolicità era slegata da tutto il resto, a livello olfattivo la cosa più evidente era un generico sentore di vino troppo invecchiato, senza che vi si potessero riconoscere note precise. Stesso problema a livello gustativo, con una sensazione calorica dovuta all’alcool staccata dai tannini, aggressivi, e con un frutto svilito e sporcato da una sensazione amaricante. Dopo due ore: niente di diverso. Peccato. Ci speravo molto, ma ho temuto di essermi imbattuto nelle caratteristiche dei vinoni di una certa enologia di fine anni novanta: sovraestratti, potentissimi, pronti da bere subito ma incapaci di reggere gli anni. Ho ritappato alla meglio la bottiglia e l’ho lasciata in cucina per un po’ di giorni, dimenticandola.

13 marzo. Nove giorni dopo l’apertura mi accorgo che la bottiglia è ancora lì e la assaggio. E ho la sorpresa. All’olfatto adesso emergono profumi ben definiti e netti: tabacco e una ciliegia sotto spirito molto accattivante. Bocca coerente, sorprendente acidità e tannini fini e ben presenti. Un’impressione complessiva veramente piacevole e che, grazie alla grande materia estrattiva del vino, all’alcool (14%) e alla ossidazione dovuta ai giorni di aria, ricorda per certi aspetti un Porto. Che bella sorpresa!

14 marzo. Decimo giorno. Verso il vino in un calice ampio, decido di assaggiarlo meglio. Il primo impatto, già a una buona distanza dal bordo, è costituito da nette e calde sensazioni alcoliche. Poi emerge il cuoio bagnato, il tabacco, il cioccolato amaro. Tutto con eleganza notevole. L’ingresso in bocca è morbido, e si ha una piacevole sensazione di succosità derivata dalla notevole impronta sapida del vino. Segue poi un frutto rosso di ciliegia sotto spirito. È lui che, insieme alla grande alcolicità e alla notevole estrazione, contribuisce a ricordare la classica sensazione di un Porto invecchiato. La lunghezza è notevole, anche se non mostruosamente intensa, e la bocca si chiude con toni sapidi e un ricordo di noce secca. In effetti si può dire che il vino ha sofferto gli anni di invecchiamento, rimanendo eccessivamente chiuso, ma ha saputo riprendersi alla grande, sfoderando un carattere sorprendente.
A breve, ulteriori indicazioni evolutive.

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21 febbraio 2007

Ipotesi svelata

Svelo il mistero della foto di un passato post.
Il programma della conferenza di Fulvio Pierangelini e Davide Cassi nella giornata d’apertura di Identità Golose (congresso milanese di cucina d’autore), recitava soltanto “Verso una cucina totale”.
Il che non lasciava intuire molto del contenuto. Però, poco prima dell’inizio, nei pressi del palco, si poteva scorgere un vassoio con alcuni ingredienti molto “evocativi”: farina di ceci, gamberetti, pomodori... Ma il bello doveva ancora arrivare. Al termine della conferenza, Pierangelini mette in pratica i concetti espressi elaborando una sorprendente variazione sulla sua passatina di ceci: ravioli di farina di ceci ripieni di gambero, su fondo di passatina, guarniti con pomodoro e olio extravergine.

Impatto al palato: indescrivibile. Memorabili la consistenza del gambero, quasi cremoso eppur presente e saldo, la perfezione della sfoglia (va ricordato che la farina di ceci non ha glutine), la ricchezza aromatica del pomodoro, l’equilibrio dell’insieme.

Bellissima la sensazione che si ha vedendo da vicino uno chef all’opera. E ancor più bella, l’emozione del riconoscere le singole materie quando stanno per trasformarsi in un piatto memorabile.

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14 febbraio 2007

Lo sformato di zucca del Gallo

Bel colpo, Maria! L’ultima puntata della cucina del Gallo ha colpito nel segno. Mi sono messo alla prova sullo sformato di zucca, nella versione acquabuonista da poco messa on line. Mica male! Unica variazione, mi sono inventato un letto rosso per lo sformatino giallo; l’ho fatto con una barbabietola rossa frullata con burro, acqua e una foglia di salvia. Alla prossima!



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10 febbraio 2007

Mi illumino di meno

Il 16 febbraio scatta la terza edizione di M’illumino di meno, giornata contro lo spreco energetico organizzata da Caterpillar, popolarissimo programma di Radio 2. È una bella idea, che serve a render più coscienti che in campo energetico non siamo solo dei consumatori, ma anche (nel nostro piccolo) dei gestori di energia. Soffermarsi a riflettere sul gesto di accendere o spegnere un interruttore diventa così un’azione carica di senso. Poi da cosa nasce cosa... se ad esempio si considera quanta inefficienza energetica c’è dietro a una vecchia lampadina a incandescenza...
Quindi, per informarsi e per aderire: http://www.radio.rai.it/radio2/caterueb2006/millumino/index.cfm
Per ascoltare, invece, il programma va in onda su radio 2 dal lunedì al venerdì dalle 18 alle 19.30.

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29 gennaio 2007

Ipotesi


Non per essere irrispettosi, ma per stimolare ipotesi.
Che cos’è questa foto?
Fra qualche giorno spero di poterne parlare più distesamente, ma intanto...

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Viaggi potenziali

Sfogliando L’Espresso di questa settimana (1 febbraio 2007) incappo in una frase che mi incuriosisce e che mi provoca: “un buon libro è solo un buon libro, un racconto che coinvolge il lettore, la sua mente, i suoi sentimenti. Tanto che (..) chi legge un libro ne è l’autore quasi come chi lo ha scritto.”
Si sta parlando di un libro-intervista a Carla Benedetti, docente alla facoltà di Lettere dell’Università di Pisa. Studiosa non convenzionale, non riconducibile a categorie critiche codificate, avvezza a smuovere le acque nel mondo della critica letteraria. Ma non è legato all’acqua il meccanismo che mi fa scattare la lettura dell’articolo. Anzi, al vino. Rileggo il passo: “un racconto che coinvolge il lettore, la sua mente, i suoi sentimenti”. Quasi come se l’oggetto in sé avesse vita solo nel momento della fruizione; vita in e con colui che lo fruisce. Un catalizzatore di esperienza. Anche il vino è così? Sì. Per me sì. Chiuso in bottiglia, è un’esperienza potenziale. Vive nel momento della fruizione, da quando si stappa a quando la bottiglia finisce. Il vino è esperienza di chi lo beve, in chi lo beve, e per estensione, nelle sue emozioni trasmesse e raccontate. Per questo non c’è più spazio per il feticismo delle bottiglie, tantomeno dei prezzi-bottiglia. La bottiglia chiusa è un terremoto potenziale. Può esserlo o può non esserlo. Dipende dalla fruizione. Se io regalo una bottiglia, regalo un augurio di buone esperienze. Non regalo un feticcio di prestigio.
Se aumenta le mie esperienze, se mi meraviglia, se mi fa gioire, o mi fa pensare, o mi fa anche arrabbiare, un vino è un vino.
Per inciso: Mario Maccherini, Carla Benedetti, Coniglio Editore.

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23 gennaio 2007

Tangenziali e risaie

Alcuni anni fa, quando mi trasferii a Milano, un pomeriggio di primavera notai una cosa curiosa. Passando lungo la tangenziale ovest, vidi alcuni campi intorno completamente allagati. – Che strano, eppure non ha piovuto – pensai. Ci riflettei un bel po’, poi arrivai a capire: erano risaie. Che meraviglia: ai bordi della tangenziale le righe lunghe e precise delle piantine erano fughe prospettiche verso il sogno, verso l’abbondanza.
Anche ai bordi della tangenziale. Non lo dimenticherò mai.

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